La strana storia della “garanzia” per Matteo Renzi che Giuseppe Conte vuole da Elly Schlein [fonte fanpage.it]

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Apparentemente, in politica nulla è scontato. La fortuna di un leader può cambiare rapidamente, l’innamoramento degli italiani per una proposta politica può interrompersi di colpo, il destino di un partito può dipendere da coincidenze o contingenze. Anche per questo motivo, le occasioni vanno sfruttate in modo rapido ed efficace, prima che la finestra di opportunità si chiuda per chissà quanto tempo. L’opposizione di centrosinistra al governo di Giorgia Meloni si trova esattamente in questa condizione: ha una grande opportunità, può contare su diversi vantaggi tattici, tra cui il fatto che gli avversari abbiano un grosso problema a destra e pochissimi margini di manovra dai banchi del governo, dato il quadro internazionale. Il problema è capire se ci siano la capacità, le condizioni e soprattutto la volontà per concretizzare questa situazione in modo favorevole e approcciarsi alla campagna elettorale per le Politiche del 2027 dando la sensazione di “poter vincere”, uno degli elementi che determinano quella mobilitazione del proprio elettorato che è poi funzionale per vincerle davvero le elezioni.

Probabilmente state leggendo di tutto in queste settimane sul cosiddetto campo largo, tra programma, primarie e, soprattutto, una quantità incredibile di fuoco amico. In questo spazio mi soffermerò sulla questione delle alleanze, o meglio, sulla partita che si sta giocando intorno al nome di Matteo Renzi. Che, ve lo anticipo, non riguarda solo la presenza di Italia Viva nel campo largo.

Chi ha paura di Matteo Renzi
Partiamo da una considerazione, solo apparentemente ancillare. Negli ultimi tempi, Matteo Renzi è stato capace di impostare, in parte attuare, un’interessante operazione di rebranding. Ha scelto di posizionare in modo molto chiaro Italia Viva all’opposizione del governo Meloni. È riuscito a caratterizzarsi come uno dei più risoluti contender di Giorgia Meloni, personalizzando lo scontro praticamente a ogni intervento parlamentare o uscita pubblica. Ha ulteriormente svecchiato la propria comunicazione sui social, sposando linguaggi e stilemi nati in quei luoghi (il “Kraken”, o in generale un certo tipo di ironia). Ha continuato a presidiare i salotti televisivi, ancora fondamentali per essere considerati un “fattore” della politica italiana. Ed è questo il punto, che previene la solita obiezione “Italia Viva prende il 2% dei voti”, dunque non conta niente: Matteo Renzi riesce a essere rilevante o comunque a essere percepito come tale.

Ci riesce perché è indiscutibilmente uno dei politici più esperti del lotto, perché ha una visione d’insieme che manca a tanti altri leader (che deriva anche da una rete di relazioni e rapporti piuttosto influente) e, soprattutto, perché sceglie con grande cura i propri posizionamenti strategici. Nel caso specifico, riconoscersi pubblicamente e ripetutamente nell’unica bandiera del “tutti uniti per battere Meloni” è scelta furba e difficilmente attaccabile.

Mi prendo un altro po’ di tempo per spiegarmi meglio. La posizione attuale di Italia Viva è cristallina: non possiamo fare favori a Giorgia Meloni, il Paese non può reggere altri cinque anni di governo della destra, l’Europa rischia di disgregarsi in mano a sovranisti e populisti, per vincere è necessario costruire un’ampia alleanza e questo dovrebbe bastare a superare tutte le obiezioni. Italia Viva non pone veti e non ne vuole, nel contesto di una coalizione che tenga al suo interno l’area riformista e parte della tradizione liberale. È una posizione opportunistica? Probabile. Renzi è sinceramente disposto ad abbracciare anche temi invisi al proprio elettorato, purché frutto di una discussione collegiale? Possibile, ma non scontato. Esiste un modo per essere sicuri che Italia Viva non romperà gli accordi, una volta vinte le elezioni? No, ed è del tutto corretto che sia così, almeno dal punto di vista dei renziani. Ci si può fidare, in definitiva, di Renzi? No, ma si chiama fare politica.

Vedete, il dibattito sulle garanzie è piuttosto singolare, perché è uno di quei casi in cui hanno tutti ragione e ogni pregiudizio finisce con l’autoalimentarsi. È una specie di effetto Rosenthal applicato al campo della percezione dell’operato dei leader politici: le aspettative, positive o negative, riposte in una persona ne influenzano indirettamente le azioni, trasformandosi nella classica “profezia che si autoavvera”, che appunto ci convince di aver “sempre avuto ragione”.

Intervenendo al Festival Rumore di Fanpage.it, Giuseppe Conte ha ribadito quello che ritiene essere un “discorso di logica politica”. Ve lo riassumo: possiamo anche “pensare di allargare tantissimo la coalizione”, ma il rischio è quello di “confezionare un progetto politico che poi si scioglie come neve al sole”, che produrrà poi un risultato opposto a quello desiderato, ovvero “Meloni per dieci anni, magari con La Russa al Quirinale”; i Cinque Stelle non vogliono porre “veti personali su Renzi”, ma accettare un’alleanza con Italia Viva significa depotenziare il proprio bacino elettorale perché “la nostra comunità soffre la sua presenza”; dunque, se proprio va fatto questo sacrificio, c’è bisogno di una garanzia.

Prese singolarmente, le parti del discorso di Giuseppe Conte hanno perfettamente senso. È vero che una coalizione disomogenea rischia di saltare in aria alla prima difficoltà ed è anche vero che non sembra un’ottima idea quella di consegnare le chiavi della maggioranza a un partito con il 3% (se va bene), che solo pochi anni fa contribuiva a sostituire Conte con Draghi a Palazzo Chigi. Anche per tale motivo, l’elettorato del Movimento 5 stelle guarda con grande diffidenza un accordo con Italia Viva, al punto che Noto Sondaggi stima che solo il 24% di esso abbia la propensione ad accettarlo. Di più, sempre secondo il sondaggio, ben il 31% degli elettori di Conte sarebbe intenzionato a non votare per il M5s nel caso in cui Renzi fosse nel campo largo. Una tesi sostenuta peraltro da un’importante esponente del partito, come Chiara Appendino, e da editorialisti e analisti di area.

La garanzia di Schlein su Renzi
Da questo ragionamento, discende il corollario contiano della “garanzia”. Quando gli ho chiesto in cosa consistesse nel concreto, il leader del Movimento 5 stelle ha spiegato meglio ciò che in qualche modo aveva anticipato nei giorni precedenti: “Renzi ha ragione quando dice che la garanzia ce l’ha il tostapane, ma io parlo di garanzia sulla prospettiva politica. E la sfumatura è questa: io la garanzia non la chiedo a lui, ma a chi in questo momento ritiene che Renzi sia essenziale rispetto a questo percorso politico. Servono dei paletti che siano propedeutici a costruire un progetto solido e duraturo”.

La destinataria di questo messaggio è Elly Schlein, cui ho girato la questione non appena salita sul palco del Festival di Fanpage.it. La segretaria del Partito democratico ha glissato (e del resto…), provando a cambiare prospettiva: “L’unica garanzia che devo dare ai nostri elettori è che non si rifaranno gli errori del 2022, che hanno portato questo campo a dividersi e a consegnare una maggioranza parlamentare enorme a chi non aveva la maggioranza nel Paese. L’unità non ce la chiede il medico, ma i nostri elettori”. Insomma, nella lettura di Schlein non c’è alternativa al “testardamente unitari” ed esiste una sorta di garanzia di coalizione, ovvero “un patto di fiducia tra i maggiorenti dei partiti”, che sia la base per “un programma coerente con la visione del futuro dell’Italia e dell’Europa sulla quale vogliamo ingaggiare gli elettori”. Anche in questo caso, singolarmente, le parti del discorso hanno perfettamente senso e restituiscono un’idea di stupore, più che fastidio, per una richiesta singolare.

E Renzi? Beh, lui aveva già risposto a Conte, invitandolo a comprarsi un tostapane, nel caso necessitasse di una garanzia. Era stata Maria Elena Boschi ad aggiungere qualche passaggio ulteriore: “Faccio fatica a comprendere il linguaggio di Conte. Se le garanzie, secondo i suoi criteri vanno date sulla base del passato, dovremmo essere noi a chiedere la garanzia che lui non firmi più i decreti sicurezza e non faccia un esecutivo con Matteo Salvini”. Come dire, insomma, che lezioni di coerenza non se ne accettano e che la gara a porre pregiudiziali non porta da nessuna parte. Certamente non a Palazzo Chigi.

Siamo al paradosso per cui hanno tutti ragione, ma la somma delle ragioni fa un enorme torto. Ha ragione Schlein nel dire che non c’entra nulla e che non c’è alternativa all’unità della coalizione. Ha ragione Conte nel dire che non c’è unità della coalizione senza fiducia. Ha ragione Renzi nel dire che la fiducia tra pari all’interno della coalizione deve essere al servizio di un progetto e di un obiettivo politico. Ne deriva uno stallo che non è solo un problema di natura comunicativa, ovvero l’immagine di una coalizione divisa, con leader che si guardano in cagnesco adesso, figuriamoci se dovessero andare al governo.

No, è una situazione che rischia di determinare fratture profonde non solo nell’elettorato, ma soprattutto nella classe dirigente dei partiti, che materialmente avrà il compito di costruire alleanza, programma e campagna elettorale. È evidente, parlando off the record, che la sensazione sia quella di partecipare a una partita a scacchi, dura, complessa, cervellotica, ma il cui risultato sia già scritto. Perché, del fatto che alla fine si andrà insieme, sono tutti consapevoli. Il problema è il “come” ci si arriverà. E fa tutta la differenza del mondo.

Schlein ha sempre avuto un solo obiettivo: arrivare a sfidare Meloni alle Politiche, da leader della coalizione. Per raggiungerlo ha accettato compromessi e ingoiato bocconi amari, usando il “testardamente unitari” come collante interno al partito e come indirizzo strategico per l’intero campo largo. Conte lo sa e le sta chiedendo un sacrificio ulteriore: assumersi pubblicamente e ufficialmente la responsabilità di imbarcare Italia Viva. È questo il senso profondo della garanzia che chiede il leader del M5s, al di là delle improbabili esclusioni a priori di Matteo Renzi da poltrone ministeriali. Conte ne ha bisogno per giustificare ai suoi un’alleanza innaturale ma utile, con un partito che comunque ha un suo radicamento e una sua riconoscibilità. Per questo lo stesso Renzi sta reagendo in modo sereno al tiro al bersaglio. Perché, in effetti, neanche il bacino elettorale di Italia Viva (per non parlare della classe dirigente) vede di buon occhio l’alleanza con gli ex grillini, con cui le distanze programmatiche sono siderali. Una considerazione banale: i partiti sono distanti, non solo per i personalismi dei leader, ma anche perché ci sono distanze tra i loro elettorati di riferimento. Non tenerne conto sarebbe un errore gravissimo. Si può fare un grande lavoro di sintesi e valorizzare i punti in comune, certo.

Ma non so se basta, al dunque ciò che davvero tiene insieme la coalizione, almeno in questa fase, è un gigantesco gioco di inganni: siamo destinati a stare insieme, non perché lo vogliamo o perché pensiamo le stesse cose, ma perché è necessario per non regalare il Paese, forse l’Europa, alla destra. Un equilibrio sottile, che può vacillare in ogni momento, ma che è sostanzialmente senza alternative.