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RASSEGNA STAMPA RADIO RADICALE 5 NOVEMBRE 2026

Scritto il 3 Settembre 2023Autore la redazione

Postato in Rassegna Stampa
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Good Morning, America Uno tsunami democratico travolge Trump, e ripudia la setta Maga

(di Christian Rocca – fonte linkiesta.it)

Il Partito Democratico conquista Camera e Senato, oltre a molti governatori, vincendo in Stati tradizionalmente repubblicani come Texas, Kansas, South Carolina, e avvia la fine dell’era trumpiana. «Congratulazioni ai democratici, ottimo lavoro», la reazione del presidente, «ma non la considero una sconfitta personale»

L’America si è finalmente svegliata e ha assestato una botta epica a Donald Trump e alla sua banda di lestofanti. Altro che “blue wave”, ondata blu, Trump è stato travolto da uno “tsunami blu”, una sconfessione elettorale totale della setta Maga e del suo improbabile santone alla Casa Bianca. 

I democratici hanno conquistato la Camera, ma con un margine ancora più grande rispetto alle aspettative (il conteggio finale ci sarà tra un paio di giorni), e dal primo gennaio avranno la maggioranza anche al Senato, dopo aver strappato almeno sette seggi ai repubblicani, anche in Stati che non eleggevano un senatore democratico da molti anni come il Kansas, il Texas, la South Carolina, l’Ohio, l’Iowa e la North Carolina. I sondaggi, per una volta, hanno sottostimato il voto dei democratici, e sopravvalutato il consenso per Trump.

I democratici hanno vinto anche numerose elezioni statali per la carica di governatore, a cominciare dalla storica vittoria dell’ex sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms in Georgia, di Amy Acton in Ohio, uno Stato che Trump ha vinto tre volte su tre, di Gina Hinojosa in Texas, prima governatrice latina dello Stato, e di Deb Haaland, la prima governatrice native american del New Mexico.

Camera, Senato, governatori, le elezioni di metà mandato di ieri hanno fotografato la sonante sconfitta di Trump e in particolare dei candidati che ha scelto personalmente, spesso contro le indicazioni locali, battuti con percentuali a due cifre in collegi che due anni fa aveva vinto di venti o trenta punti. 

Anche J.D. Vance esce con le ossa rotte dalle elezioni di metà mandato, visto che il partito repubblicano ha perso il suo vecchio seggio in Ohio, e non ha eletto il suo amico e sodale Vivek Ramaswamy.
Un po’ meglio è andata a Marco Rubio, il quale in Florida ha tenuto sia il seggio che aveva lasciato vacante sia il governatore, ma con inaspettata fatica.

Le storie della notte che ha risvegliato l’America sono la vittoria di James Talarico in Texas; quella di Jon Osoff in Georgia come viatico per la sua possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2028; la débâcle repubblicana in South Carolina, uno degli stati più conservatori dell’America, ora democratica; l’incredibile vittoria democratica in Kansas, in North Carolina, in Ohio, in Iowa, in Maine. I democratici hanno vinto anche in Michigan col candidato musulmano Abdul El Sayed, e i repubblicani si sono salvati per pochissimo in uno Stato iper conservatore come il Nebraska (contro un candidato indipendente). Si aspettano ancora i risultati finali del Mississippi, che da sempre vota repubblicano, e quelli dell’Alaska, che a causa del sistema elettorale potrebbero anche arrivare nei prossimi giorni, ma i democratici sono in testa anche lì, a testimonianza del ripudio universale che gli americani hanno tributato a Trump. 

Meno di un anno fa sembrava impossibile che i democratici si riprendessero i due rami del Congresso, in particolare il Senato, ma il declino della popolarità di Trump è cominciato a farsi notare a inizio 2026 con gli omicidi dell’Ice a Minneapolis e le violenze nelle altre città da parte delle squadracce anti immigrazione che hanno allontanato dal campo repubblicano i voti degli americani di origine latina, in particolare negli Stati del sud. Prima di Minneapolis c’era stata la grottesca politica dei dazi annunciata nel famigerato “Liberation Day” che ha impoverito gli agricoltori del Midwest, e non solo. E poi la corruzione diffusa del circolo familiare di Trump e, colpo finale e decisivo, la guerra in Iran che ha fatto aumentare il costo della benzina e del gasolio con la conseguenza che gli americani hanno individuato in Trump il solo responsabile, malgrado i maldestri e meschini tentativi di Trump di incolpare Volodymyr Zelensky e l’Ucraina.

Alla vittoria dei democratici ha contribuito anche la scelta di buoni candidati, i socialisti nelle zone più liberal per dare un entusiasmo che sembrava perduto, e i moderati nei collegi strappati ai repubblicani, senza dimenticare il professore di religione James Talarico in Texas, Stato che non eleggeva un senatore democratico dal 1988, e il pastore metodista Adam Hamilton in Kansas, uno Stato che non eleggeva un senatore democratico da 94 anni. Merito soprattuto dei vituperati leader dell’establishment democratico Hakeem Jeffries, che diventerà il primo presidente della Camera nero della storia degli Stati Uniti, e il veterano Chuck Schumer, che tornerà leader al Senato. 

Ora c’è soltanto da aspettare la reazione di Trump. A caldo ha scritto sui social che lui non era sulla scheda elettorale su cui gli americani hanno espresso il loro voto, come se fosse uno che passava lì per caso, aggiungendo che se invece fosse stato sulla scheda elettorale avrebbe certamente vinto le elezioni a valanga, malgrado a ogni comizio in queste settimane, e fino a ieri, ha sempre ripetuto agli elettori di votare come se lui fosse sulla scheda. Con un secondo post, Trump ha scaricato il governatore del Texas Greg Abbott, uno dei suoi principali alleati, battuto ieri a sorpresa da Gina Hinojosa.

A mezzanotte di Washington, Trump è intervenuto su FoxNews con una logorroica e interminabile telefonata, durante la quale ha detto che non considera il risultato una sconfitta personale, perché la gente è ancora con lui, ha fatto benissimo sull’Iran e sulla Groenlandia, e lui non era scheda elettorale, la colpa semmai è dei candidati troppo moderati schierati dai repubblicani, e del prezzo della benzina. «I democratici controllano il Congresso, ma non sono davvero in controllo del Congresso – ha aggiunto Trump – perché se mi mandano le loro leggi io poi le rimando indietro con un bel veto stampato sopra, e non possono farci niente. Però posso lavorare con loro, magari sull’immigrazione». 

Una reazione come al solito adolescenziale, ma per il momento sembra che Trump abbia indirettamente riconosciuto che le elezioni di metà mandato sono state vinte dai suoi avversari: «Congratulazioni ai democratici, ottimo lavoro».

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