RASSEGNA STAMPA

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SE PUTIN CONFERMA DI NON AVERE NESSUNA INTENZIONE DI RINUNCIARE ALL’INVASIONE DELL’UCRAINA ED ALL’ANNESSIONE DI ALCUNE REGIONI RITENUTE FILORUSSE, GLI STATI UNITI AGGIORNANO L’ARSENALE MILITARE E DOTANO DI SOFISTICATE APPARECCHIATURE I PAESI PIÙ STRATEGICI NELL’ALLEANZA ATLANTICA FRA CUI L’ITALIA. COME A VOLER SIGNIFICARE CHE, ALMENO FINO ALL’ESITO DELLE ELEZIONI DI MID-TERM, LA GUERRA “PER PROCURA” CON LA FEDERAZIONE RUSSA CONTINUA.

Articolo di Alberto Simoni per “la Stampa”

Washington alza il livello della deterrenza e tara il suo arsenale nucleare per rispondere anche ad attacchi convenzionali. Il segretario del Pentagono Lloyd Austin ha mandato in soffitta, presentando la National Defense Strategy, la proposta che Biden aveva avanzato in campagna elettorale quando aveva sostenuto il ricorso alla deterrenza atomica solo in caso di offensive nucleari. Ieri mattina il segretario della Difesa ha convocato una conferenza stampa e ha illustrato le linee guida della politica americana in materia di sicurezza, nucleare e missilistica. Il cambio di rotta è evidente e arriva mentre i venti del ricorso al nucleare tattico o a bombe sporche incendiano ulteriormente il clima fra Ucraina e Russia; non c’è una correlazione diretta, spiegano fonti del Pentagono che hanno partecipato alla “review”, ma è chiaro che il timing non è casuale. Come forse non è casuale che la sostituzione del dispositivo atomico – cento bombe piazzate in Italia, Olanda, Germania e Turchia – avverrà con almeno tre mesi di anticipo; entro fine anno anziché in primavera. Si tratta di installare le nuove B61-12 al posto degli ordigni più datati. Saranno più versatili, teleguidati e potranno anche essere montate e sganciate da Tornado oltre che dai tradizionali bombardieri e caccia F-15 e F-16 statunitensi. Il portavoce del Pentagono ha spiegato che questo “avvicendamento” affonda negli anni passati quando si era deciso di fare un ammodernamento. Ma fonti di Politico hanno riferito che durante l’ultima ministeriale Nato, Lloyd Austin ha spiegato la mossa agli alleati europei per rassicurarli del sostegno americano nei confronti delle azioni russe. «Non possiamo cedere al ricatto nucleare di Putin», aveva detto – secondo quanto contenuto nei cablo diplomatici visti dal giornale Usa – un ministro europeo. L’Alleanza atlantica su questo è compatta, così come sul continuare a sostenere Kiev. Ieri il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto un colloquio telefonico con Jens Stoltenberg, al quale ha ribadito il pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina contro l’invasione russa e la necessità di rafforzare l’impegno della Nato nel contrasto alle minacce di diversa natura, comprese le sfide del Sud. Nella revisione strategica americana la Russia viene definita “minaccia acuta”. Significa – e il senso lo ha spiegato lo stesso Austin – che pone un rischio alto nell’immediato, ma che è percepita in declino per il futuro. Ed è questo che la differenzia dalla Cina che resta la minaccia numero uno per gli Stati Uniti, visto il suo potere economico, tecnologico e una postura militare da potenza emergente dotata di un arsenale atomico in espansione. Sul nucleare in particolare Mosca viene descritta nel documento di 80 pagine come una potenza da 2000 armi nucleari tattiche e non vincolata ad alcun trattato ne ne limiti il numero. È una cosa che accresce la possibilità «che usi queste forze per vincere una guerra nella sua periferia o evitare una sconfitta se è in pericolo di perdere una guerra convenzionale». Ed è esattamente questo che minaccia Putin nonostante le rassicurazioni che Mosca – a ogni livello – sta facendo. La Casa Bianca ha detto di non aver segnali che la Russia sull’uso di bombe sporche. Ma c’è il timore che questi allarmi – l’accusa all’Ucraina di volere utilizzare – sia la classica “false flag”, un bersaglio per distogliere l’attenzione e scaricare su altri la responsabilità delle proprie azioni. La linea americana non cambia. John Kirky, portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale, ieri in un briefing con alcuni giornalisti ha ribadito alcuni pilastri fermi. Il primo riguarda il conflitto che può «finire solo se Putin ritira le sue truppe». Il Cremlino l’ha iniziato, e tocca ai russi fermarlo. Washington, è la linea ufficiale, non vuole imporre una linea a Zelensky, «tocca a lui decidere quando e se sedere al tavolo». Nel frattempo, l’America continua a finanziare con armi e aiuti l’Ucraina. I timori americani sono legati all’Iran e al sostegno che Teheran sta fornendo a Mosca sul campo di battaglia. La Russia starebbe cercando di acquistare dalla Repubblica islamica altri armamenti più sofisticati oltre ai droni lanciati dalla Crimea grazie all’aiuto degli esperti iraniani. L’Amministrazione Usa non chiude le porte comunque al dialogo, canali di comunicazione con Mosca ci sono e sono affollati negli ultimi giorni. Ci sono contatti a livello di ambasciate; il capo degli Stati maggiori Milley ha parlato con l’omologo Gerasimov e in meno di 72 ore Austin ha sentito Shoigu. L’obiettivo sembra più alto del limitare i rischi di incidenti. Biden non ha intenzione di vedere Putin al G20, ma Kirby ha anche spiegato che non c’è agenda chiara perché troppo prematura.