LA STORIA DI MANCINI. E’ QUELLA DI UNO STATISTA…..

Ricordarlo a 20 anni dalla sua scomparsa doveva essere l’occasione per l’intellettualità politica di contestualizzare il ruolo avuto da Mancini nelle sofferta crescita democratica e civile della Calabria in quella, molto più vasta e contrastata ,crescita del Paese avvenuta con l’ingresso dei socialisti nell’area di governo. Apprezzabili e condivisibili le varie iniziative intraprese per ricordarlo a 20 anni dalla sua scomparsa ma c’è un appiattimento della sua immagine sulla storia locale. Una sto ria che certamente gli appartiene e ci può stare tutto in un amarcord che celebra e riconosce quanto ha fatto l’uomo politico per la sua gente e la sua terra purchè si parta dall’alto e, non tanto dalle cariche politiche e di governo, quanto da ciò che ha realizzato e prodotto ricoprendo quelle cariche.

Non sapremmo dire se evocarlo politicamente assumendo come elemento distintivo che fosse“ un avvocato del sud” costituisca un punto di partenza riduttivo, atteso che Mancini non ha mai svolto la professione forense,se non simbolicamente in qualche processo politico, ma soprattutto perchè di avvocati cooptati dalla politica ce ne sono stati troppi, soprattutto di provenienza meridionale. Ma non sarà certo un titolo di copertina a compromettere il contributo dato per una conoscenza più dettagliata della personalità di Mancini e della sua storia politica.

Qui ci vorremmo occupare del dibattito che si sta sviluppando a margine della ricorrenza dei 20 anni dalla scomparsa, dei libri usciti in coincidenza, degli interventi sulla stampa locale, delle esternazioni negli studi televisivi , poiché si coglie qua e là qualche tentativo di riscrivere la storia addomesticando i fatti a logiche di riposizionamento politico senza nemmeno fare ammenda di ostilità lungamente praticate in passato per contrastare l’azione politica di Mancini. Concedere il ruolo di testimonial a personaggi che lo hanno combattuto con la rozzezza degli intrighi da retrobottega, attingendo al ventre molle della politica cosentina, con la copertura del partito di appartenenza, è un endorsement che non si può accettare. Il PCI calabrese in particolare ha sempre vissuto male il prestigio e l’affermazione di Mancini a livello nazionale, con un rancore di fondo che affiorava in modo particolare quando Mancini si trovava a combattere e a subire le aggressioni dei poteri forti.

Giacomo Mancini non è stato soltanto il ministro del vaccino contro la poliomelite, della frana di Agrigento, del contrasto alle leggi liberticide emanate con l’alibi delle brigate rosse, dell’opposizione ai poteri forti, “greche ed ermellini “ in primis , ai boiardi di Stato che gliela fecero pagare – voleva il quinto centro siderurgico a Gioia :Tauro-con la campagna diffamatoria del “Candido” di Pisanò fino alla congiura di palazzo, processualmente fallita, del “concorso esterno in associazione mafiosa “. La sua passione politica , il suo impegno socialista lo ha portato a solidarizzare con gli esuli spagnoli,greci,cileni perseguitati dai rispettivi regimi dittatoriali. Aderì anche ad un piano per liberare Panagulis dalle galere dei colonnelli greci ma non se ne fece nulla. E non bisogna nemmeno dimenticare quando Mancini si recò a San Luca a portare conforto alle famiglie dei giovani uccisi, in un conflitto a fuoco con i carabinieri, in un anomalo tentativo di sequestro. Il prete di San Luca aveva negato la funzione religiosa e Mancini portò la sua solidarietà alle famiglie. Nè accettò passivamente l’inattesa quanto inutile irruzione in forze all’università, all’alba, e le perquisizioni infruttuose in cerca dei capi delle brigate rosse. Contestò l’immotivata operazione che danneggiava l’immagine dell’università complicando così ulteriormente i suoi rapporti con i vertici dell’Arma.

Era questo ed altro Giacomo Mancini e certamente conta quella parte della sua storia politica che si svolge in Calabria purchè la narrazione ,a margine di libri o di convegni, non finisca per prevalere sulla figura di Mancini a livello nazionale. Alle nuove generazioni, al di là dei selphie che possono fare con la sua statua ad altezza d’uomo e di un sistema viario, dall’autostrada alle trasversali che, grazie a lui, ha rotto l’isolamento in cui veniva tenuta la Calabria dai governi nazionali, lascia l’esempio di un impegno politico al servizio della sua gente e delle sue aspettative. Nella storia della Repubblica resta l’unico ministro che costrinse alle dimissioni il direttore generale del Ministero dei Lavori Pubblici colpevole di ritardare i lavori della Salerno-Reggio Calabria. Così come i giovani che studiano all’università debbono sapere quanto debbono a politici calabresi come Mancini, Guarasci e Principe che, senza nulla togliere all’impegno di altri protagonisti della battaglia meridionalista, furono in prima linea per dare l’università alla Calabria.

Giacomo Mancini guardava ai risultati dell’azione politica ispirandosi al riformismo socialista e mantenendo il dovuto distacco dalle teorizzazioni ideologiche disgiunte dal contesto della realtà che si voleva cambiare. Mancini non lascia saggi di filosofia o di teoria politica. Lascia ciò di cui oggi possiamo godere percorrendo in lungo e in largo la Calabria moderna nell’amara consapevolezza che, scomparso lui, non è accaduto più nulla di rilevante. Siamo a piatire l’alta velocità e il completamento della 106 jonica.