“UNA FEMMINA” : UN FILM SBAGLIATO E UNA CALABRIA CHE NON C’E’…

UNA FEMMINA”: UN FILM SBAGLIATO E UNA CALABRIA CHE NON C’E’…

Decidendo di andare a vedere il film del regista cosentino Francesco Costabile, in programmazione nei cinema dell’area urbana, ci si predispone ad una storia, ad una narrazione dall’interno della realtà rappresentata, nel senso che ci aspetta una storia raccontata da uno che la Calabria la conosce e sa come muoversi, fra storia,cronaca e fiction.

Accade,invece, dalle prime sequenze del film di trovarsi di fronte ad una rappresentazione arcaica e pastorale di una Calabria marginale e relegata in cupe atmosfere di montagna,con case sgarrupate, ovili da mungere e fioche luci ad illuminare gli ambienti.A farci caso, per tutto il film, nella casa in cui si svolge la vicenda non si vede né il frigorifero, né il televisore né la lavatrice.Ma quando mai. Anche l’agnello cucinato alla brace e consumato a morsi rimanda a categorie ancestrali. Ma non è questo il limite del film che, inevitabilmente, richiama un altro film su “ Calabria e mafia “, di ben altro valore narrativo, e cioè “Anime nere “ di Francesco Munzi, dove la cupa atmosfera di un paesino dell’Aspromonte veniva incrociata con conterranei ‘ndranghetisti trapiantati a Milano e dediti al traffico di droga che vengono risucchiati in una faida familiare.

Nel film di Costabile non è riconoscibile nemmeno la tarantella suonata e urlata, con variazioni sconosciute ai più e forse note soltanto agli studiosi del folk calabrese. Oggi la Calabria ospita a Caulonia, ogni anno, il “Taranta power” un festival internazionale di grande successo. Quello che canta la tarantella porta l’orecchino, va in moto, si fa le canne e, richiesto di sparare, spara. Anche Rosa, la ragazza protagonista del film,cui hanno ucciso la madre e che alla fine si ribella, fra una mungitura e l’altra, si fa le canne e va a letto con Gianni, il ragazzo con l’orecchino che canta la tarantella primordiale. Una Calabria così contraddittoria, ammesso che esista ancora quella agro-pastorale, non sapremmo dove cercarla per quanto grande, misterioso e inaccessibile sia l’Aspromonte.

A quanto è dato capire la famiglia di Rosa è coinvolta nel traffico di droga e interagisce col boss locale, don Ciccio, che porta disinvoltamente il codino, notoriamente molto diffuso, insieme all’orecchino, fra gli uomini di ‘ndrangheta che, è risaputo, vestono giacca e cravatta , hanno la BMW sotto casa e sono perfettamente mimetizzati nella società civile. Don Ciccio che, a differenza della famiglia di Rosa, dove si mangia con le mani e si prediligono brodaglie, mangia la pizza con coltello e forchetta e beve la birra nel calice, ovviamente mette gli occhi su Rosa e, conseguentemente, fa uccidere Gianni ,il giovane fidanzato di Rosa con l’orecchino.

La storia ( e il film) si conclude con Rosa che, con passo deciso, raggiunge. una macchina della polizia che l’attende. Si presume che abbia deciso di collaborare con la giustizia e raccontare tutto ,compresa la morte della madre. Ma è una intuizione dello spettatore perchè il film non spiega cosa abbia portato Rosa a prendere la coraggiosa decisione.Si può supporre per sottrarsi a don Ciccio e lasciarsi alle spalle ovili e lupare.A Costabile, ne siamo sicuri, andrà meglio il prossimo film.