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PRIME PAGINE DEI GIORNALI DI OGGI

Scritto il 3 Novembre 2026Autore la redazione

Postato in Rassegna Stampa
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Sondaggi o realtà? Tutte le manovre di Trump per non accettare la sconfitta, se dovesse perdere Midterm

(di Christian Rocca – fonte linkiesta.it)

Questa notte gli americani ci faranno sapere se è cominciata la fine del presidente antiamericano o se questi continuerà a controllare il Congresso. Oppure se si aprirà una drammatica crisi costituzionale che potrebbe sfociare in una guerra civile. Intanto la Casa Bianca si prepara con avvocati, cause, raid dell’Fbi, minacce, e accuse non circostanziate per rendere efficace l’operazione non riuscita nel 2020, e culminata nell’assalto violento del 6 gennaio 2021

Oltre cinquantasei milioni di americani hanno già votato, per posta o presentandosi in anticipo ai seggi, ma è oggi, martedì 3 novembre 2026, il giorno in cui gli Stati Uniti ci diranno se è cominciata la fine di Donald Trump o se il presidente antiamericano continuerà ad avere il controllo del Congresso o di parte di esso, oppure se l’estrema radicalizzazione impressa dalla Casa Bianca negli ultimi due anni sfocerà in una fase di estrema crisi costituzionale che nei talk show, senza giri di parole, viene già chiamata «guerra civile».

Mentre le autorità locali temono seriamente che la Casa Bianca possa incitare squadracce paramilitari per fare pressioni sugli scrutatori e l’Fbi possa sequestrare interi pacchetti di voti, Trump ha ripreso a bombardare l’Iran (l’isola di Qeshm) e ha scelto di dedicare il giorno della vigilia del voto a una specie di conferenza stampa davanti allo specchio d’acqua del Lincoln Memorial di Washington, ricordando così agli americani che ogni giorno si lamentano dei prezzi della benzina e degli alimentari uno dei suoi più spettacolari sprechi di denaro pubblico, oltre che una débâcle di immagine perché da costruttore non è riuscito nemmeno a ristrutturare una vasca d’acqua.

I sondaggi fotografano il gradimento più basso di sempre per un presidente in carica, e un vantaggio di nove punti percentuali per i democratici che, sulla base di questi numeri, dovrebbero conquistare la Camera e potrebbero anche avere la maggioranza al Senato. 

Le elezioni hanno conseguenze, e con un risultato del genere le conseguenze sarebbero enormi: i repubblicani perderebbero la loro capacità di approvare le leggi, anche se Trump se ne infischierebbe e aumenterebbe il numero di decreti esecutivi, mentre i democratici potrebbero avviare indagini politiche e penali sull’Amministrazione, chiedere documenti, imporre testimonianze giurate, e sottoporre gli alti funzionari trumpiani al controllo del Congresso, per non parlare dell’ipotesi di sottoporre Trump a una terza incriminazione formale (impeachment).

L’attuale Senato è guidato dai repubblicani, con 53 seggi contro 47 democratici. Oggi si vota per tutta la Camera, ma per soli 35 seggi senatoriali, con i democratici in vantaggio in sette su nove degli Stati dove si gioca la partita del controllo della maggioranza. Nessuno si aspetta che i repubblicani possano aumentare i 53 seggi attuali, il conteggio finale stabilirà se i democratici saranno stati in grado di strappare i quattro o più seggi necessari a ottenere la maggioranza. In caso di parità 50-50, ipotesi non improbabile, la Costituzione prevede che sia il vicepresidente degli Stati Uniti, quindi J.D. Vance, a decidere chi avrà la maggioranza. 

A Washington però si parla già di manovre repubblicane per arruolare il senatore democratico della Pennsylvania John Fetterman, spesso in disaccordo col suo partito, in caso di margine ristretto, 51 a 49, a favore dei democratici. Ma si parla anche di contromanovre democratiche sulla senatrici repubblicane moderate Lisa Murkowski e Susan Collins (quest’ultima se oggi riuscirà a difendere il seggio in Maine).

I sondaggi lasciano intendere che ci potrebbe essere un’ondata blu contro Trump, ma l’esperienza insegna che i voti pro Trump sono tradizionalmente sottostimati dalle rilevazioni. Sarà una notte molto lunga, specie se per decidere la maggioranza del Senato si dovrà aspettare il risultato dell’Alaska, e non solo perché a causa del fuso orario i seggi lì chiudono quattro ore dopo la costa orientale degli Stati Uniti. L’Alaska dal 2022 ha un sistema di “voto a preferenze successive” che consente agli elettori di votare i candidati in ordine di preferenza. Se uno dei candidati supera il 50 per cento viene eletto, altrimenti se nessuno raggiunge la maggioranza si elimina il candidato con meno voti e le sue preferenze si assegnano ai candidati indicati come seconda preferenza, e così via finché rimangono in gara due soli candidati e il seggio viene assegnato a chi ha ottenuto più voti. Questo conteggio delle preferenze successive comincerà soltanto 15 giorni dopo l’election day, quindi potremmo conoscere il vincitore in Alaska, e il partito che guiderà il Senato, soltanto dal 18 novembre. In queste due settimane di attesa, se sarà necessario, Trump scatenerà l’inferno per accusare i democratici di brogli.

I primi risultati da guardare questa notte per orientarsi sul risultato finale sono quelli provenienti dal Maine, dalle due Carolina e poi dall’Ohio e dal Michigan: se questi seggi andranno ai candidati democratici si prospetterà una brutta nottata per Trump, altrimenti bisognerà aspettare fino all’ultima scheda elettorale. 

Il punto è che non è detto che basterà contare l’ultimo voto, perché è molto probabile che subito dopo si aprirà una fase di cause legali che potrebbe durare settimane, durante le quali potrebbe anche essere a rischio l’ordine pubblico. 

Trump ha già ordinato di non certificare il voto dell’Alaska, nel caso il candidato repubblicano dovesse perdere, ma proprio ieri la Corte federale dello Stato ha rigettato la richiesta, però non è escluso che il Dipartimento di Giustizia trumpiano si rivolga alla Corte Suprema di Washington, come è già successo a proposito della richiesta di invalidare ventimila schede californiane inviate per posta. Anche in questo caso, i giudici locali hanno detto di no alle richieste di Washington, ma ieri Trump ha fatto ricorso alla Corte Suprema contro la decisione, e la Corte Suprema ha repentinamente rigettato la richiesta trumpiana di interferire sulle elezioni. 

Le squadre di avvocati elettorali sono mobilitate notte e giorno da entrambe le parti, a esclusione di quei grandi studi legali cui Trump nei mesi scorsi ha imposto di non rappresentare i democratici in cause elettorali, in seguito a una transazione per superare il divieto imposto loro da Trump di entrare negli edifici federali, quindi anche i tribunali.

Questo accordo imposto dal governo degli Stati Uniti contro gli studi legali vicini ai democratici dimostra che Trump ha pianificato per tempo l’ipotesi di contestare i risultati elettorali negativi, cosa che aveva provato a fare anche quando è stato sconfitto da Joe Biden nel 2020, con risultati mesti nei tribunali e con l’assalto del 6 gennaio 2021 per evitare che il Congresso certificasse la sua sconfitta. Trump adesso è più pronto, oltre che pentito di non aver fatto di più nel 2020, e ha già avviato le cause, addirittura prima ancora dello scrutinio. Il Dipartimento della Giustizia, che nel 2020 con il repubblicano Bill Barr si rifiutò di intralciare l’esito elettorale favorevole a Joe Biden, oggi è in mano agli avvocati personali del presidente e ai militanti politici che non hanno mai accettato il risultato elettorale del 2020 e che allora hanno combattuto, e perso, le battaglie legali per rigettare il risultato delle elezioni.

Ora però avvocati e militanti trumpiani sono alla guida del ministero della Giustizia con un piano ben preciso, tanto che Trump ha ordinato raid dell’Fbi in Georgia contro gli uffici elettorali locali, ha promesso un milione di dollari a chiunque segnali brogli, ha fatto passare una legge federale per limitare i diritti di voto per i ventuno milioni di americani che non hanno un documento di identità, ha provato a centralizzare il controllo delle liste elettorali statali, ha fatto minacciare funzionari repubblicani come Deidre Henderson in Utah e almeno altri tredici colleghi portati davanti a un tribunale per non aver obbedito ai diktat di Washington, nonostante l’articolo uno comma quattro della Costituzione americana riservi chiaramente agli Stati, non a Washington, «il potere, il luogo e le modalità di elezione dei senatori e dei deputati».

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