
(di Francesca Moriero – fonte fanpage.it)
Una replica durissima, istituzionale e senza precedenti recenti per nettezza formale. A fronte delle parole di Giorgia Meloni e degli esponenti di governo sulla mancata convalida del fermo di Youssef Siher, i vertici del Tribunale ordinario di Milano scendono in campo a difesa della gip Tiziana Landoni e dell’indipendenza della magistratura.
I vertici del Tribunale di Milano sono scesi in campo per difendere la giudice Tiziana Landoni dagli attacchi del governo. Dopo che Giorgia Meloni e la maggioranza hanno definito “vergognosa” la liberazione di Youssef Siher, il presidente del Tribunale Fabio Roia e la presidente della sezione GIP-GUP Vincenza Maccora hanno diffuso una nota ufficiale intitolata “La terzietà del giudice soggetto soltanto alla Legge”. Un documento durissimo che respinge le ingerenze della politica e ribadisce l’autonomia della magistratura di fronte alle pressioni dell’esecutivo.
“Ignorati gli istituti dello Stato di diritto”
I magistrati milanesi hanno messo sotto accusa le reazioni arrivate da Palazzo Chigi: “Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo ricoprenti anche cariche istituzionali rilasciate all’esito della decisione della giudice del Tribunale di Milano sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza – reale o mascherata – degli istituti giuridici di uno Stato di diritto”. Nel documento hanno ricordato che le iniziative di polizia e procura sono sempre subordinate a un vaglio terzo e indipendente, tenuto a valutare anche le difese dell’indagato e ad applicare i principi costituzionali della responsabilità personale.
L’assenza di prove e del pericolo di fuga
Entrando nel merito del fascicolo, la presidenza del Tribunale ha chiarito nel dettaglio le basi strettamente tecniche dell’ordinanza emessa all’esito dell’udienza a San Vittore. La gip ha escluso la sussistenza dei presupposti di legge sia per convalidare il fermo sia per disporre la custodia cautelare. Da un lato, non è stato ravvisato alcun concreto pericolo di fuga, che secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità deve poggiare su elementi specifici, individualizzati e tali da rendere concretamente plausibile che l’indagato si sottragga alla giustizia. Dall’altro, allo stato degli atti e fatti salvi ulteriori sviluppi investigativi, la giudice non ha riscontrato per alcuno dei reati contestati la presenza di quei “gravi indizi di colpevolezza” che l’ordinamento richiede come requisito indispensabile per privare un cittadino della libertà personale.
Una decisione che ha rimesso al centro la valutazione analitica del materiale probatorio e il principio costituzionale della responsabilità penale individuale, al riparo da ogni automatismo repressivo.
La difesa dell’autonomia e la stoccata finale
Nella nota i vertici giudiziari hanno voluto porre un argine netto alle pressioni istituzionali, rimarcando che “la responsabile libertà di giudizio non può risentire di aspettative politiche o di suggestioni estranee al procedimento”. Pur ricordando che ogni provvedimento giudiziario è per sua natura contestabile e impugnabile attraverso i mezzi e i gradi di giudizio previsti dall’ordinamento, Roia e Maccora hanno ribadito che gli attacchi personali a chi è chiamato ad applicare la legge in un contesto sociale complesso devono essere fermamente respinti. Un richiamo che ha tirato in ballo anche le direttive del Consiglio Superiore della Magistratura, secondo cui spetta ai dirigenti degli uffici garantire che i magistrati operino con serenità, equilibrio e piena indipendenza, ristabilendo pubblicamente la credibilità della funzione giurisdizionale. Da qui la secca replica finale all’epiteto pronunciato dalla presidente del Consiglio: “La vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione”.
La controreplica di Meloni in conferenza stampa
A stretto giro è arrivata la controreplica della presidente del Consiglio durante la conferenza stampa post-Cdm a Palazzo Chigi. Meloni ha respinto le contestazioni dei magistrati, negando di aver voluto attaccare la categoria: “Non vedo quello che ho detto come un attacco, lo vedo come una difesa del lavoro di tutti i servitori dello Stato che hanno operato con enorme dedizione per evitare che si ripetesse quanto visto il 17 ottobre. Mi dispiace che quel lavoro venga vanificato, quindi non credo che dirlo sia scomposto, come ho letto”. La premier ha poi polemizzando sulle piazze di opposizione: “Mi pare che scomposto sia altro, tipo intonare cori come ‘chi non salta la Meloni è’. Non sono i miei toni e non sono i miei metodi, ma ho il dovere di difendere il lavoro di tanti uomini e di tanta gente, perché vogliamo difendere le persone perbene dalla violenza e dalla devastazione. Questo è quello che ho detto e che ribadisco”.