Le mosse di Giorgia Meloni per uscire dall’angolo e cambiare l’inerzia dei sondaggi [fonte fanpage.it]

(di Adriano Biondi – fonte fanpage.it)

Blindare l’esecutivo, siglare la tregua fra Salvini e Tajani, abbandonare le velleità trumpiane, concentrarsi sulla politica interna e cambiare radicalmente registro comunicativo: la nuova strategia di Giorgia Meloni che l’opposizione non deve sottovalutare.

Il governo Meloni è diventato da poco il secondo più longevo della storia repubblicana e non era affatto scontato. Dopo la sconfitta del Sì al referendum sulla giustizia, infatti, Giorgia Meloni si era trovata di fronte a un bivio: prendere atto del fallimento e rimettere il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica (e magari successivamente in quelle degli elettori), oppure cambiare radicalmente registro, provando a ricucire il rapporto con la propria base, in modo da preparare la durissima battaglia per la riconferma alle Politiche. C’erano diversi elementi che avrebbero consigliato alla presidente del Consiglio di rimettere il mandato: le difficoltà dell’esecutivo, la complicatissima congiuntura internazionale (con le tante ripercussioni sulla stabilità economica di famiglie e imprese), le tensioni interne alla maggioranza e, non da ultimo, la constatazione delle divisioni nell’opposizione. Agire rapidamente avrebbe significato non solo costringere gli avversari ad accelerare un percorso di costruzione dell’alternativa che si annuncia molto complesso (in particolare per la scelta del leader), ma anche ridimensionare le possibilità dei suoi competitor (attuali e potenziali) nel campo del centrodestra. Né la famiglia Berlusconi né Vannacci, in effetti, sarebbero stati pronti a insidiare l’egemonia di Meloni, nel caso di ritorno alle urne in tempi brevissimi.

La presidente del Consiglio ha evidentemente scelto un’altra strada, probabilmente ancora più complessa dal punto di vista politico. Perché si è trattato di ripensare la strategia in modo globale, analizzando gli errori commessi negli anni e impostando cambiamenti consequenziali. Tanto si è detto della svolta in politica estera, con la fine della pia illusione di porsi come ponte tra Trump e l’Unione Europea in nome di una visione ormai anacronistica (e sicuramente semplicistica), che non teneva conto della trasformazione della democrazia statunitense e degli enormi sconvolgimenti globali degli ultimi anni.

Tanto si è scritto anche della questione dell’egemonia culturale, ricordando la pretesa di fare dell’Italia il laboratorio della coesistenza fra la nuova destra identitaria e quella conservatrice. Un progetto sul quale il cerchio magico di Meloni aveva investito molto, nella consapevolezza che si trattasse di un tema molto caro ai militanti e nella speranza di dover guidare il Paese per un lungo lasso di tempo. Dopo aver piazzato (o cercato di piazzare) pedine nei gangli vitali della cultura e dichiarato guerra al vecchio establishment, il vascello della destra ha più volte rischiato il naufragio, non dando mai l’impressione di conoscere la rotta (malgrado al timone si siano alternati Sangiuliano, Giuli, lo stesso Fazzolari e altri capitani de facto). Il disimpegno della presidente sul caso Venezi e sul disastro della Biennale, in tal senso, è la testimonianza di una resa o, al massimo, di come la questione sia stata messa in ghiaccio, in attesa di tempi migliori.