RASSEGNA STAMPA – MAFIA APPALTI E IMPRENDITORIA…NUOVE RIVELAZIONI…

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “la Verità”

La pista seguita, trent’anni fa, dal pm di Massa Carrara Augusto Lama portava in riserve di caccia suggestive. Un filone aureo che poteva condurre la magistratura a scoprire con molti anni d’anticipo gli affari della mafia con colossi industriali del Nord Italia. Uno in particolare con forti addentellati a sinistra, il Gruppo Ferruzzi, allora guidato da Raul Gardini. Quando Falcone diceva «la mafia è entrata in Borsa» pare proprio si riferisse ai rapporti di tale holding con la Piovra. Ma le indagini di Lama a un certo punto vennero fermate e le intercettazioni, da lui disposte, inviate a Palermo. Dove un pm ordinò di distruggerle. Ma, si scopre adesso, che parte di quegli audio si salvarono e potrebbero spalancare nuovi scenari. Oggi nella caserma Salvo D’Acquisto di Roma […] verrà effettuato un accertamento tecnico non ripetibile disposto dalla Procura di Caltanissetta nell’ambito del procedimento sulle stragi palermitane del 1992 e delegato al Reparto investigativo scientifico (Ris) dei Carabinieri. L’accertamento avrà a oggetto parte delle bobine con le intercettazioni disposte nel 1990 e nel 1991 da Lama in un procedimento poi trasmesso, il 4 aprile 1992, alla Procura della Repubblica di Palermo dove fu assegnato, dal procuratore Pietro Giammanco al pubblico ministero Gioacchino Natoli che provvide subito a farlo archiviare. Inoltre, il 25 giugno 1992, quindi dopo l’omicidio di Giovanni Falcone e 24 giorni prima di quello di Paolo Borsellino, dispose «la smagnetizzazione dei nastri relativi alle intercettazioni telefoniche e/o ambientali disposte» e ordinando in un secondo momento, con scritta a mano, anche «la distruzione dei brogliacci». Ma per un caso fortuito la Procura di Palermo non ha cancellato tutto. L’attuale capo dell’ufficio, Maurizio De Lucia, spiega: «Le bobine? Le abbiamo date a Caltanissetta che ce le ha recentemente chieste, infatti, non tutto quello che deve essere distrutto viene eliminato e questo accade con una certa frequenza… abbiamo fatto un approfondimento e alcune cose le abbiamo trovate». Quindi è una coincidenza? «Sostanzialmente sì». […] Fatto sta che per la Procura nissena che sta indagando sulle vere cause della morte di Borsellino potrebbe essere materiale davvero interessante, sebbene siano state rinvenute solo alcune bobine. L’autorità giudiziaria di Caltanisetta nel 2003 aveva archiviato il procedimento sulle stragi indicando tra le motivazioni, tra l’altro, la mancanza delle intercettazioni di Massa Carrara. Sarebbe interessante sapere se, all’epoca, qualcuno le avesse chieste e soprattutto se a Palermo le avessero cercate. Sull’importanza del procedimento istruito da Lama e sulla particolarità dell’iniziativa adottata da Natoli, […] ha insistito anche l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino e marito di Lucia, figlia maggiore del giudice ucciso. Trizzino ha infatti fortemente stigmatizzato la condotta di Natoli evidenziando come si tratti di un provvedimento del tutto sui generis, mai ripetuto né prima né dopo, poiché i procedimenti archiviati possono per legge sempre essere riaperti, e perché aveva a oggetto un’indagine, quella di Massa Carrara, di eccezionale importanza visto che documentava […] «presunte infiltrazioni mafiose nelle zone marmifere di Carrara attraverso il controllo della aziende Sam e Imeg». Un interesse che non riguardava solo il marmo, ma anche i suoi scarti che venivano utilizzati in numerosi e lucrosi altri processi industriali. L’indagine di Lama era nata casualmente durante l’estate del 1990 a margine di una controversia amministrativa sorta tra il Comune di Carrara e le due società Industrie marmi e graniti Spa (Imeg) e Società apuana marmi (Sam) concessionarie di circa il 50% dei cosiddetti agri marmiferi delle Apuane, quando il segretario del Consorzio cave di Carrara Franco Ravani riferì agli inquirenti che «di fatto le due società sarebbero state controllate da personaggi siciliani vicini a un gruppo mafioso». Le dichiarazioni di Ravani furono confermate dal ragionier Alessandro Palmucci, già funzionario della Montecatini marmi Spa e poi della stessa Imeg, il quale ha ricostruito gli eventi che avevano portato una famiglia di Cosa Nostra palermitana, quella dei fratelli Salvatore, Giuseppe e Antonino Buscemi, a controllare le cave del prezioso marmo di Carrara. Palmucci riferì che alcune concessioni erano già state parzialmente vendute nel 1972 a un imprenditore trapanese, una cessione fortemente contestata dai sindacati e con strascichi giudiziari tanto che intervenne lo Stato con l’Iri e con la partecipata Egam. Questa costituì le già citate Imeg e la controllata Sam. Nel 1982 l’Iri di Romano Prodi liquida l’Egam, con la sua partecipazione nelle ditte successivamente al centro dell’inchiesta, che viene trasferita all’Eni, altra azienda di Stato. Dopo pochi anni, nel 1986, l’Eni di Franco Reviglio decide di dismettere e affida ai «dirigenti di Stato» Vito Gamberale e Vito Piscicelli il compito di «privatizzare», cosa che i due fecero attraverso una massiccia svalutazione delle merci che si trovavano nei magazzini di Imeg e Sam. A questo punto la Imeg e la Sam viene ceduto a prezzo di saldo alla Calcestruzzi Ravenna Spa, del Gruppo Ferruzzi, allora diretta dall’ex partigiano rosso Lorenzo Panzavolta, definito da Gardini «uomo d’ordine e di calcestruzzo», che nell’indagine milanese confessò una tangente da 600 milioni pagata al dirigente comunista Primo Greganti. Dal 1987 al 1990 […] Imeg e Sam hanno quasi come esclusivo cliente della produzione marmifera la piccola società palermitana Generale impianti. Appreso ciò Lama dispose indagini con la Guardia di finanza coinvolgendo anche reparti di Bologna, Ravenna e soprattutto Palermo. Dopo oltre un anno di investigazioni, […] Lama accertò che la ditta di Palermo faceva capo alla famiglia mafiosa dei fratelli Buscemi e in parte anche alla famiglia Bonura, reggenti per conto di Totò Riina di un mandamento palermitano. Lama interrogò personalmente il pentito Antonino Calderone che confermò la pista riconoscendo in foto i fratelli Buscemi come capimafia. Il pm accertò anche che a gestire le cave a Carrara, Cosa nostra aveva mandato il geometra Girolamo Cimino, cognato di Antonino Buscemi, nominato amministratore unico della Sam, manager che di fatto dirigeva anche la Imeg. Nonostante questo quadro il pm palermitano Natoli l’1 giugno del 1992 chiese l’archiviazione del fascicolo originato in Toscana, istanza che fu accolta a tempo di record, nonostante il Ros di Mario Mori e Giuseppe De Donno avesse accertato in maniera del tutto indipendente gli «interessi» della Cupola nella cave di marmo di Carrara. […] Alla fine, ed è proprio l’aspetto più significativo, l’unico magistrato a subire provvedimenti da parte del Csm fu proprio Lama, il quale per avere fatto dichiarazioni sui media sugli interessi mafiosi nelle cave di Carrara fu sottoposto dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli a procedimento disciplinare. «Per questo dovetti lasciare il fascicolo e il mio procuratore lo mandò a Palermo dove fece la fine che ha fatto» ci spiega Lama, 71 anni, romano, ma toscano di adozione. […] «Io ingenuamente pensai di rilasciare delle dichiarazioni alla stampa per far parlare, come si dice in gergo, i telefoni, cioè per stimolare le conversazioni di chi era nel perimetro dell’indagine. Ma per questo l’avvocato del Gruppo Ferruzzi presentò un esposto e per questo Martelli inviò gli ispettori. Io dovetti astenermi per difendermi e il fascicolo mi fu tolto. Il procedimento disciplinare è durato 20 mesi e si è concluso con la mia assoluzione, anche perché le informazioni che avevo dato erano assolutamente generiche». Pensa che Martelli sia stato sollecitato in tal senso da Gardini, all’epoca ancora potente imprenditore e finanziatore dei partiti? «Io questa circostanza l’ho appresa dalle recenti dichiarazioni dell’avvocato Trizzino davanti alla Commissione parlamentare antimafia». Lei indagò su Gardini e su Panzavolta? «Non ebbi il tempo di farlo, quel procedimento mi fu sottratto velocemente, ma le indagini puntavano in quella direzione e naturalmente anche verso i membri di Cosa nostra, soci in affari della Calcestruzzi Ravenna Spa». Lei non era iscritto ad alcuna corrente e aveva indagato anche su un traffico d’armi dei palestinesi dell’Olp, non è che aveva troppi nemici a sinistra? «Certo le mie simpatie politiche non andavano in quella direzione ed ero cordialmente ricambiato. Ma in quel momento stavo solo facendo il mio lavoro. Probabilmente ho toccato interessi troppo grandi». Alla fine ha lasciato la Procura di Massa Carrara…    «Decisi di trasferirmi nell’ufficio di Lucca per allontanarmi da un clima di ostilità e diffidenza che avvertivo da parte dei miei diretti superiori nel distretto. Ho chiuso la carriera facendo per 17 anni il giudice del lavoro». Non trova curioso che l’indagine che andava verso il gruppo Ferruzzi si sia conclusa con il suo allontanamento, mentre quelle su Silvio Berlusconi non hanno incontrato soverchi ostacoli? «Tra i miei colleghi c’era un evidente maggiore interesse investigativo sui presunti rapporti d’affari di Berlusconi con Cosa nostra piuttosto che le relazioni pericolose di altri potentati economici di area politica diversa che potevano rientrare nell’indagine mafia-appalti, di cui la mia era una costola e che in quel momento storico non fu approfondita».