RASSEGNA STAMPA – Da Cambridge si fa vivo super Mario…

LI CHIAMANO “SERVITORI DELLO STATO” PERCHÉ SI FA LORO RICORSO QUANDO LO STATO, OVVERO IL LIVELLO POLITICO, È IN DIFFICOLTÀ. FANNO LA LORO PARTE E, FINITO IL LAVORO, TORNANO NELLA “RISERVA” E NEL SILENZIO. PER MARIO DRAGHI HA FATTO CLAMORE LA FOTO CHE LO RITRAE, SOLO COME UN QUALSIASI CITTADINO, SEDUTO AL FAST FOOD DI UN AEROPORTO. COME DIRE SOBRIETÀ E STILE RISPETTO A UN GENERONE POLITICO SMANIOSO E SBRACATO IN CERCA DI VISIBILITÀ. DRAGHI È INTERVENUTO A CAMBRIDGE A UNA RIUNIONE DI ECONOMISTI ED HA EVIDENZIATO QUALI SONO I PASSAGGI EVOLUTIVI DELL’UNIONE EUROPEA, PER PASSARE DA UN ASSETTO PREVALENTEMENTE ECONOMICO FRAMMENTATO AD UN ASSETTO POLITICO COESO E CON UNA GOVERNANCE ACCENTRATA, LAVORANDO SUI TRATTATI, SUL PATTO DI STABILITÀ, SULLA POLITICA FISCALE E SULLA SICUREZZA DEGLI STATI MEMBRI A FRONTE DI RISCHI ANNESSIONISTICI COME L’UCRAINA INSEGNA.

600 MILIARDI

Estratto da repubblica.it

(…) Draghi parte dal NextGenEu (“l’Italia – dirà più avanti ai giornalisti – è il maggiore beneficiario del Next Generation Eu e deve dimostrare che può spendere secondo i tempi, con efficienza e integrità“) Più in generale l’ex presidente del Consiglio osserva: «Una volta che il NextGenEu si esaurirà, non ci sarà più nessuno strumento comune per affrontare gli investimenti per la transizione: 600 miliardi l’anno da qui al 2030».

DRAGHI

Estratto dell’articolo di Francesco Bertolino per corriere.it

L’eurozona è come il calabrone: secondo gli economisti, non potrebbe volare. Eppure, da quasi 25 anni lei attraversa una crisi dopo l’altra. Il prossimo tragitto, avverte Mario Draghi, deve avere come meta una revisione dei trattati fondativi dell’Unione europea che consenta di creare una vera politica fiscale comune. «Le strategie che hanno assicurato la nostra prosperità e sicurezza in passato – la dipendenza dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Cina per le esportazioni e dalla Russia per l’energia – sono diventate oggi insufficienti, incerte o inaccettabili», ha ricordato l’ex presidente del Consiglio, nel discorso pronunciato martedì a Cambridge in onore di Martin Feldstein, economista (euroscettico) ed ex presidente del National Bureau of Economic Research. «Le sfide del cambiamento climatico e delle migrazioni rendono ancor più urgente rafforzare la capacità di agire dell’Europa».

I rischi degli aiuti di Stato

Non ci sono del resto alternative. Allentare le regole sugli aiuti di Stato, creerebbe frammentazione perché «i governi con più spazio fiscale potrebbero spendere molto più degli altri».     (…)L’unica opzione è quindi accentrare a livello federale il potere di investimento sulle priorità condivise: ambiente, difesa, sanità. E, di conseguenza, aumentare le emissioni di debito europeo necessarie al finanziamento di queste spese, avviando al contempo un percorso di riduzione dei debiti degli Stati tramite l’irrigidimento delle regole fiscali e tramite la crescita. Si tratterebbe di una riforma ben più radicale del nuovo Patto di Stabilità dell’Ue che, pur concedendo più flessibilità sui conti, non contempla «un ripensamento della sede del potere fiscale», per spostarla dalla periferia al centro dell’Ue. Come attuarla?

La riforma dei trattati

«Una possibilità è procedere – come si è fatto sinora – con un’integrazione tecnocratica, apportando cambiamenti in apparenza tecnici e sperando che quelli politici seguiranno», spiega l’ex presidente Bce. «Questo approccio ha funzionato con l’euro, rendendo l’Ue più forte, ma il costo è stato elevato e i progressi lenti». L’altra opzione, preferita da Draghi , «è avviare un genuino processo politico, con un fine ultimo esplicito sin dall’inizio e approvato dagli elettori sotto forma di una modifica dei trattati Ue». La revisione dovrebbe tener conto «del crescente numero di obiettivi comuni e della necessità di finanziarli insieme, cosa che a sua volta esige diverse modalità di rappresentanza e di assunzione delle decisioni a livello centrale», evitando che singoli governi o fronti minoritari di Paesi abbiano diritto di veto sulle scelte strategiche dell’Ue.

Il precedente

Draghi non dimentica l’infelice esito del progetto di una Costituzione per l’Europa, bocciato nel 2005 da due referendum popolari in Francia e Olanda e da allora accantonato. «Sono convinto che gli europei siano più pronti di 20 anni fa a imboccare questa rotta, perché oggi hanno soltanto tre opzioni: la paralisi, l’uscita o l’integrazione». La prima è temuta dai cittadini a causa delle crescenti minacce esterne all’Ue, Russia in testa. La seconda sconta il precedente poco rassicurante della Brexit. «Poiché l’immobilismo e l’uscita appaiono poco attraenti, i costi relativi di un’ulteriore integrazione sono ora inferiori», conclude Draghi. «In questo momento storico, non possiamo restare fermi o, come la bicicletta di Jean Monnet, cadremo».