RASSEGNA STAMPA – Parigi brucia…

NON SONO BASTATI 45 MILA POLIZIOTTI AD EVITARE INCENDI, VIOLENZE E VANDALISMI CHE VANNO SEGNANDO LE NOTTI PARIGINE. UN’AUTO IN FIAMME È STATA SPINTA CONTRO L’ABITAZIONE DEL SINDACO DI UN COMUNE VICINO PARIGI E POTEVA ESSERE UNA STRAGE PERCHÉ IN CASA DORMIVANO MOGLIE E FIGLI. PARIGI BRUCIA CON LE SUE PERIFERIE PER PROBLEMI ANTICHI MAI AFFRONTATI E CHE ESPLODONO PERIODICAMENTE A SEGUITO DI INCIDENTI COME L’ASSASSINIO DI UN GIOVANE DICIASSETTENNE DELLE PERIFERIE DA PARTE DI UN POLIZIOTTO CRIMINALE FILMATO DA UN PASSANTE. LE PERIFERIE PARIGINE VIVONO NEL DEGRADO PIÙ AVVILENTE, RIDOTTE A DORMITORIO NOTTURNO DI SBANDATI DI OGNI GENERE CHE VIVONO ALLA GIORNATA CON ESPEDIENTI DI MICROCRIMINALITÀ. QUANDO LA RABBIA ESPLODE, INNESCATA DA INCIDENTI OCCASIONALI, È LA CITTÀ CHE VA IN FIAMME E TROVA IMPREPARATO IL GOVERNO. IL DEGRADO INSIEME ALLA POVERTÀ NON PUÒ CHE PRODURRE RABBIA E VIOLENZA. GLI IMMIGRATI, A QUANTO PARE, QUESTA VOLTA C’ENTRANO POCO. E’ IL DEGRADO LA MATRICE DELLE VIOLENZE INNESCATE DALL’UCCISIONE DEL GIOVANE DICIASSETTENNE DIVENTATO IL SIMBOLO DELLA PROTESTA.

Estratto dell’articolo di Marina Valensise per “il Messaggero”

Cinque giorni di sommosse in Francia testimoniano che l’autorità costituita è in affanno. La polizia prova a limitare i danni, arresta centinaia di adolescenti salvo poi rilasciarli l’indomani. E Patrice Gueniffey, storico della Rivoluzione francese […] non è affatto ottimista.

La sommossa in Francia è un effetto della crisi di autorità?

«Per contenere la violenza il governo avrebbe potuto ricorre alla repressione, il che implica il ricorso all’uso della forza legittima. Ma il presidente Macron scommette sullo sfinimento dei rivoltosi, che intanto hanno fatto shopping nei negozi saccheggiati, facendo incetta di computer, telefonini, abiti firmati. Ma la polizia non interviene, temendo il secondo morto. Arresta più di 700 persone, sapendo che il giorno dopo verranno rimesse in liberà».    […] «[…] il governo è talmente paralizzato dal timore di un incendio generale che preferisce adottare una strategia di contenimento […] la sensazione di debolezza incoraggia le sommosse a venire […]».    […] «Non è né una rivoluzione, né una guerra civile, ma lo scontro tra una parte della popolazione non giuridicamente straniera, ma che si sente culturalmente tale nel paese in cui è nata o è venuta a vivere. […] Oggi una parte importante della popolazione che per ragioni etniche religiose o forse sociali non si sente di appartenere al paese in cui vive, detesta la Francia, la cultura, la tradizione, la storia e il modo di vivere francese».

È la prima volta, nella patria dell’universalismo.

«È la prima volta nella storia di Francia che ci troviamo di fronte una minaccia di tale dimensioni. Quarant’anni di politiche di immigrazione permissive hanno importato in Francia, nel cuore dell’Europa, un’altra cultura e un’altra civiltà. Succede anche in altri paesi, ma in Francia più che altrove il fenomeno comporta un attacco interno, con la diffusione della moda woke, e un attacco esterno con l’immigrazione arabo musulmana. In più la Francia, in balia del pentimento permanente per le sue colpe storiche, incoraggia coloro che la detestano e vogliono distruggerla».

[…] Dunque le sommosse rappresentano il rovescio della politica democratica dell’inclusione e delle pari opportunità?

«Il rovescio o la conseguenza di una concezione falsa e astratta di universalismo. L’universalismo è un modo di illustrare la vocazione universale dell’Occidente, e in particolare il suo dominio politico, culturale e tecnico sul resto del mondo. Ma non ha mai voluto dire che tutte le culture sono uguali. Ora la negazione dei valori occidentali ha preso piede nel cuore dell’Europa, e ormai l’universalismo si è rovesciato in un principio di pentimento permanente in nome dei nostri crimini e delle nostre colpe. Questo ha portato a una critica dei valori, e al rigetto dei valori universali. Tant’è che non c’è più assimilazione: viviamo tutti nello stesso paese, su uno stesso territorio, ma in mondi separati».    […] «[…] esiste una popolazione arrivata coi suoi costumi, i suoi valori, che detesta la Francia, anche se ne approfitta grazie alle prestazioni sociali, agli assegni di disoccupazione, alle allocazioni familiari. Ma resta una popolazione che non si sente francese. […]». […] «Siamo di fronte allo scontro tra due culture, due popoli, due civiltà, quella musulmana e la nostra. La linea di demarcazione passa tra persone che coabitano sullo stesso territorio, ma si percepiscono come popoli diversi, come succede in Israele con i palestinesi. […]». […]