RASSEGNA STAMPA

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IL LIMITE DEI 60 EURO CHE CONSENTE AGLI ESERCENTI DI RICHIEDERE IL PAGAMENTO IN CONTANTI È SOTTO ESAME A BRUXELLES
CHE VI INTRAVEDE LA POSSIBILITÀ DI EVADERE IL FISCO. E POICHÉ LA RIFORMA FISCALE, COME QUELLA DELLA GIUSTIZIA, VINCOLA IL PNRR IL GOVERNO GUIDATO DA GIORGIA MELONI È COSTRETTO A RIVEDERE LA MISURA. ANCORA UNA VOLTA IL SOVRANISMO DI FDI DEVE FARE I CONTI CON GLI INELUDIBILI VINCOLI EUROPEI.

Articolo di Alessandro Barbera e Francesco Olivo per “la Stampa”

Si intitola «gli appunti di Giorgia». È il format con cui la premier di qui in poi aggiornerà via social network gli italiani, senza contraddittorio, a ruota libera, una volta la settimana. La prima puntata, andata in onda ieri su Facebook e dintorni, l’ha dedicata a un tema che le sta creando problemi con l’Europa: la decisione di innalzare a sessanta euro il limite oltre il quale imporre sanzioni agli esercenti che rifiutano l’uso di bancomat e carte di credito. «Noi non vorremmo obbligare il commerciante a dover accettare. La soglia dei sessanta euro è indicativa, ma può essere anche più bassa. Su questo c’è una interlocuzione con la Commissione europea, perché il tema è uno degli obiettivi del Piano nazionale delle riforme, e bisogna vedere come andrà a finire». Meloni non può usare la parola retromarcia, ma di questo si tratta. L’ennesima. Per capire di cosa stiamo parlando occorre fare un passo indietro. Lo scorso giugno, in attuazione di alcuni degli impegni presi con Bruxelles, il governo Draghi aveva introdotto una multa per chi avesse preteso il pagamento in contanti: trenta euro di sanzione fissa, più il 4 per cento del valore della transazione. La prima bozza della Finanziaria Meloni aveva modificato la norma, alzando il limite minimo a trenta euro. La sanzione sarebbe dovuta scattare solo oltre. La versione definitiva della legge di Bilancio ha alzato quella soglia ancora più in alto, a sessanta euro. Benché le regole non siano ancora in vigore (accadrà il primo gennaio) nei negozi si sono moltiplicati i cartelli di chi non accetta più pagamenti con carta sotto quella soglia. Sia come sia, la faccenda ha creato un problema diplomatico con Bruxelles, perché il governo è venuto meno a uno dei pilastri del Recovery plan – altresì noto come Pnrr – legato alla lotta all’evasione. Di qui il ripensamento. Una fonte di governo, seppur sotto anonimato, ammette candidamente il perché: «Tra piano delle riforme e fondi di coesione l’Italia si gioca 350 miliardi di euro di risorse. Non è il caso di metterle in discussione per una misura poco più che simbolica». La sintesi è chiara: a malincuore, l’Europa ci chiede disciplina. Non vorremmo, ma non possiamo sottrarci. Resta solo da capire se Meloni tornerà alla soglia ipotizzata dei trenta euro, o alla norma Draghi, che sanzionava qualunque rifiuto. Entro il 31 dicembre Meloni deve rispettare 55 obiettivi di riforma, ne mancano all’appello una trentina. Per comprendere la delicatezza del problema basta scorrere il faldone di impegni sottoscritti. Fra i tanti, due quelli delicati: la riforma dei servizi pubblici locali e della giustizia penale. Sulla prima Meloni deve fare i conti con le resistenze dei sindaci, sulla seconda di avvocati e magistrati. Nelle pieghe dei tecnicismi il margine di trattativa su alcuni punti c’è. Se il governo decidesse di tenere il punto sulla norma dedicata ai pagamenti in contanti, irrigidirebbe Bruxelles e metterebbe a rischio una trattativa molto più larga. Non solo sulla scadenza delle riforme, ma sulla richiesta – nel frattempo avanzata dal ministro degli Affari comunitari Raffaele Fitto – di utilizzare parte dei fondi di coesione inutilizzati nel periodo 2014-2020 per destinarli ai maggiori costi del Piano, i quali rischiano di mandare deserte alcune gare. Non solo: Bruxelles sta vigilando sullo stato di avanzamento degli appalti finanziati coi fondi del Recovery, anch’ essi in ritardo. Dei 42 miliardi inizialmente preventivati, ne sono stati spesi meno di venti, secondo i pessimisti quindici. «Non vogliamo entrare in contrapposizione con la Commissione né con il governo Draghi», spiega la fonte. Le ripetute richieste di Matteo Salvini (irricevibili per l’Unione) di rivedere le scadenze del piano (fissate al più tardi al 2026) stanno creando un effetto boomerang. L’annuncio di ieri ha anche una valenza politica: un modo per prendere le distanze dalle intemerate del leghista. Per rispettare la scadenza più immediata – quella delle riforme – Meloni ha meno di tre settimane. Per venire a capo del ritardo Fitto ha pronto un decreto. Quello potrebbe essere il veicolo con cui tagliare il traguardo senza rischiare di perdere la seconda rata da venti miliardi di quest’ anno.