
(di Enrica Brocardo – fonte Vanity Fair)
Dalla storia d’amore che lo ha segnato per sempre alle assenze che ancora fanno male, fino all’educazione sentimentale costruita ascoltando gli altri. Il maestro della tv racconta ciò che resta
Dietro tutte le passioni che hanno fatto di Renzo Arbore uno dei maggiori protagonisti e uno dei più importanti innovatori della radio, del cinema e persino del cinema – nonostante di film ne abbia fatti solo un paio – ce n’è una che le sottende tutte: la passione per la memoria. «Sono del Cancro, un segno zodiacale molto legato alle cose del passato», dice. Da lì arriva il suo amore per il jazz, le canzoni napoletane, l’intrattenimento intelligente, i racconti dei “vecchi”, persino per la plastica (prima di scandalizzarvi pensando all’inquinamento, aspettate di leggere in che senso). «Ma per guardare avanti, non indietro», puntualizza. «Una passione per la memoria che fra i giovani si sta in molti casi perdendo. Qualche tempo fa Walter Veltroni mi ha raccontato che quando ha chiesto a un gruppo di ragazzi di Roma: “Chi conosce Alberto Sordi?”, si sono alzati in pochissimi. Capisce?».
Arbore, 88 anni, foggiano, si è raccontato nel libro del giornalista Andrea Scarpa, Mettetevi comodi (pubblicato da Fuoriscena). Vita, peripezie e tutto il resto, pubblicato di recente da Fuoriscena. Una lunga intervista tra carriera, amici, avventure, amori: i più importanti, Mariangela Melato e Mara Venier. «Spero di aver fatto e di fare ancora in futuro una vita molto ricca, piena di imprese e di scorribande varie», dice, aggiungendo di averci ripensato molto proprio negli ultimi mesi, in cui si è dedicato a una sorta di “ripasso”. «Ho una quantità enorme di filmati dei vari programmi, backstage, riprese dei concerti dell’Orchestra italiana, con i dietro le quinte e i materiali girati nei luoghi in giro per il mondo dove abbiamo suonato. Spero che la Rai mi conceda di mandare in onda il meglio tratto dai miei archivi personali. Anche perché, nel 2026, L’altra domenica compie 50 anni».
Un documentario?
«Un’antologia. Ma non una di quelle celebrazioni in cui gli amici parlano bene di te. Anche perché, ahimé, il 90 per cento degli amici storici non c’è più. Dovrei contentarmi di essere sopravvissuto, ma è comunque un grande dolore. Inutile fare l’elenco di tutti, basta ricordare Gianni Boncompagni, Luciano De Crescenzo, Mario Marenco…».
Chi le è rimasto?
«Alcuni parenti ai quali sono molto legato. E il 22 gennaio con la mia cara amica Marisa Laurito faremo una chiacchierata su Napoli al Trianon Viviani, il teatro della canzone napoletana. L’unico modo per andare avanti è continuare a far funzionare il cervello e usare i ricordi per progetti futuri. Fortunatamente, poi, navigo».
In che senso?
«Su Internet. Guardo quello che succede su Facebook, Instagram, Tiktok, dove ci sono parecchie cose mie, brandelli naturalmente. A proposito di Rete, ho un canale gratis, renzoarborechannel.tv, sul quale, ogni settimana, carico un contenuto nuovo. Qualche tempo fa, un video in cui con Ornella Vanoni canto Anema e core ha fatto un milione e mezzo di condivisioni. La Rete mi aiuta anche perché ci trovo cose che mi va di rivedere, compresi i miei amici. Grazie a Internet, Luciano è come se ci fosse ancora. È una grande consolazione».
Conosceva bene Ornella Vanoni?
«Non posso dire che fossimo proprio amici. Ornella stava a Milano, io a Roma. Ma eravamo amici della stessa musica, come Enzo Jannacci».
Come si spiega il successo sui social a distanza di così tanti anni?
«Ho sempre fatto cose senza tempo. L’ho fatto dolosamente, intendo dire: di proposito. Con Boncompagni non facevamo le imitazioni di personaggi noti, non abbiamo mai fatto satira d’attualità che dopo una settimana, un mese, un anno scade. Mi sono ispirato ai grandi della generazione del Dopoguerra. Di molti di loro sono anche diventato amico, maestri del cinema come Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Nanni Loy, Luciano Salce, Sergio Corbucci. E questo lo devo anche a Mariangela».
Mariangela Melato è morta l’11 gennaio del 2013. Dopo essere stati insieme negli anni Settanta ed esservi allontanati per decenni, vi siete ritrovati e, dal 2007 fino alla sua scomparsa, non vi siete più lasciati. Ha detto più volte che è stato il grande amore della sua vita e che non averlo capito allora e non aver avuto figli insieme è il suo unico rimpianto.
«Sì. Era scritto che saremmo tornati insieme. In realtà, non avevamo mai smesso di vederci o sentirci. L’impresa più dolorosa della mia vita è stata assistere alla sua malattia che è durata anni. Ancora oggi la sua scomparsa mi addolora enormemente. Mariangela, come diceva Alda Merini, aveva una grazia speciale. Era meravigliosa per la sua intelligenza, i suoi codici».
Codici?
«Non amava il gossip, il parlar male degli altri. Se mi scappava qualche battuta, mi sgridava. Ha interpretato tutti i grandi personaggi femminili del teatro, Medea, Cassandra, Filumena Marturano… Oggi la ricordano soprattutto per i tre film diretti da Lina Wertmüller (Mimì metallurgico ferito nell’onore del 1972, Film d’amore e d’anarchia del 1973 e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto del 1974, ndr). Grandissimi successi che hanno oscurato altre sue interpretazioni, per esempio in La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, Caro Michele di Mario Monicelli, che sono capolavori».
Com’è che vi siete ritrovati nel 2007?
«Be’, era finita la storia con Mara Venier e, insomma, dopo un po’ di tempo… Senta, non voglio dire cose che possono irritare Mara con la quale ho un ottimo rapporto».
Ho capito, cambiamo discorso: a proposito di anniversari, quest’anno sono quarant’anni dalla sua unica partecipazione in gara a Sanremo. Il brano era Il clarinetto, una canzone ironica e piena di doppi sensi, che si classificò al secondo posto. Mai pensato di tornare?
«No».
E di presentare il Festival?
«Mi è stato chiesto e richiesto. Quando Gianni Ravera mi aveva proposto di condurlo nel 1986, gli risposi: “Piuttosto vengo a cantare”. E così è andata. Con Claudio Mattone avevamo scritto due brani: Grazie dei fiori bis, dedicato a Sanremo, e Il clarinetto. La mia missione era rilanciare la canzone umoristica che in Italia nessuno praticava più dai tempi di Renato Carosone».
Ma perché non ha voluto? In effetti, ci stava.
«Il fatto è che il mio pubblico mi ha sempre identificato con un certo tipo di musica, il jazz, la canzone napoletana. Ho gusti molto precisi, non a caso, Boncompagni e io siamo stati i primi deejay della radio italiana. Eravamo noi a decidere il successo di Lucio Battisti, l’Equipe 84, Shel Shapiro… tutti. Diventare un presentatore di fama non è mai stata una mia ambizione».
Quest’anno in gara tra i big torna Patty Pravo che lei conosce molto bene.
«Eh, certo! Nicoletta (Strambelli, il vero nome di Pravo, ndr) l’abbiamo scoperta noi. Una sera al Piper a un tavolo c’eravamo seduti io, Boncompagni, Alberigo Crocetta (discografico e talent scout, ndr) e Luigi Tenco. Vediamo questa ragazza bellissima che balla con una grazia modernissima e Luigi dice: “Vado a ballare con lei”. Dopo un po’ tornano insieme al tavolo e Nicoletta fa: “Questo stronzo di Luigi Tenco non mi ha riconosciuto”».
Si conoscevano già?
«All’epoca usava lo pseudonimo Guy Magenta e, a quanto pare, avevano fatto una serata insieme a Venezia. Gianni e io stavamo cercando la nostra “ragazza beat”. C’era Caterina Caselli, ma era già famosa e noi volevamo un volto nuovo».
Tornando a quel tavolo?
«Alberigo le chiede: “Sai cantare?”. E lei: “Sì”. “Allora ci vediamo domani. Il giorno dopo mi chiama e mi dice: “La chiamiamo Patty Bravo”. E io: “Perché Bravo?”. “È una parola italiana che tutti conoscono”. “Per me va bene, ma senti Boncompagni”. È stato Gianni ad avere l’intuizione di chiamarla Pravo, invece di Bravo, perché ricordava di più la parola “depravato”. Nicoletta era una diva già prima di diventarlo. Crocetta le dava diecimila lire e lei un secondo dopo li aveva già spesi offrendo la pizza a tutti».
Siete rimasti in contatto?
«Ogni tanto ci vediamo o ci sentiamo. Pensi che il primo articolo su Patty, la ragazza del Piper, l’ho scritto io sul Radiocorriere TV. Titolo: “Gli uomini me li fumo come sigarette” (Ride). Non solo, nel retro di copertina del suo primo album c’era la mia presentazione. Non può immaginare quanto i giornalisti musicali fossero invidiosi».
Lei e Boncompagni avete fatto coppia in radio e in tv ed eravate legatissimi anche nella vita. Che cosa vi univa?
«Il nostro era un connubio perfetto. Gianni era iper pragmatico, io più riflessivo. Lui era comandato dal “A che serve”. Dicevo: “Gianni, andiamo a vedere quel concerto”. E lui: “A che serve?”. Al che gli spiegavo e immediatamente ribatteva: “Sì, si può fare”, oppure: “No, non serve a niente”».
«Mi ha chiesto di andare come ospite, magari a mettere su una canzone… La seguo Milly, è molto brava».
Con il ballo se la cava bene?
«Per niente. Sono negato. Però, a proposito di Milly volevo aggiungere una cosa».
Dica.
«Fa parte di un gruppo di donne tra cui Isabella Rossellini, Silvia Annichiarico, Stella Pende e tante altre che la stampa di allora definì “ragazze parlanti” perché prima di me alla tv c’erano solo vallette mute e, in tutta la Rai, due giornaliste di numero: Bianca Maria Piccinino ed Enza Sampò».
Vero. Ma è vero anche è stato lei ha rilanciare l’immagine della pin-up con Lory Del Santo nel programma Tagli, ritagli e frattaglie del 1981. Del Santo, due anni dopo, sarebbe entrata nel gruppo delle ragazze di Drive In, non proprio icone dell’emancipazione femminile.
«Dopo la fine di L’altra domenica volevo fare qualcosa di diverso. Ho detto: “Ci siamo dimenticati la pin-up”. Anche perché le donne che frequentavamo noi indossavano i gonnelloni lunghi e gli zoccoli. Poi, un giorno Luciano e io eravamo in un ristorante e la vediamo passare: minigonna, aria svampita…».
Non mi ha risposto. Guardi che non sto dicendo che fosse sua intenzione sminuire le donne, sto solo dicendo come sono andate le cose.
«Eh, vabbé, vabbé…. Ma, ripeto, io ho collaborato tutta la vita con le donne anche dietro le quinte. Rita Vicario è stata la regista di Cari amici vicini e lontani, Quelli della notte, Indietro tutta. Lo stesso in radio, dove c’era anche mia sorella Sabina, appassionata di musica come me».
A casa eravate quattro figli e Sabina è la più giovane, giusto?
«Sì, ha nove anni meno di me. Io ero il penultimo, purtroppo il primogenito e mia sorella maggiore non ci sono più».
Un ricordo di quando eravate bambini?
«La nostra era una bellissima famiglia, papà medico, mamma casalinga. La discussione giornaliera fra di loro era sempre la stessa. Mio padre che diceva: “La cosa più importante nella vita è la salute” per fare arrabbiare mia madre, che ribatteva: “No. È l’educazione”. Un bisticcio affettuoso. Ma devo dire che mamma ci teneva davvero. Per lei avere sempre un sorriso per chi entrava in casa, mostrare rispetto per i nonni era fondamentale. E devo dire che nella vita l’educazione l’ho violata pochissime volte».
La sua casa a Foggia diventerà un museo.
«Un centro culturale. I miei architetti, gli stessi che hanno lavorato come scenografi delle mie trasmissioni, Alida Cappellini e Giovanni Licheri, stanno completando gli ultimi lavori, dovremmo inaugurare a primavera. Dentro ci saranno le mie collezioni. Nel corso degli anni ho comprato tutto ciò che mi sembrava curioso, originale: camicie hawaiane, gilet – uno fatto di conchiglie preso in Thailandia – e credo di avere la più grande collezione di oggetti di plastica in Italia. Li compravo dovunque andassi prima che negli anni Sessanta scoppiasse la passione per questi oggetti. La plastica è una delle mie grandi passioni».
La plastica?
«Esatto e tutti si meravigliano quando lo dico. Molti anni fa ero andato a vedere una mostra sulla plastica a Palazzo Grassi a Venezia. C’erano i portatovaglioli, i piatti che avevo da bambino, le radio di grandi designer italiani e stranieri. Parliamo di oggetti degli anni Venti perché, magari non tutti se lo ricordano, ma la plastica è antica… C’è quella canzone dei primi decenni del Novecento che diceva: “Vipera sul braccio di colei che oggi distrugge tutti i sogni miei”. Parlava di un braccialetto a forma di vipera e mio padre ne aveva regalato uno così a mamma. Sembrava di tartaruga ma era, appunto, di plastica».
Lo ha conservato?
«L’avevo regalato a Mariangela proprio perché era un oggetto al quale ero molto legato. Purtroppo, è stato rubato».
Altre passioni meno note?
«I vecchi. Al contrario della maggior parte dei ragazzi che in genere sono impazienti, non amano sentire i nonni che dicono: “Ai miei tempi…”, fin da giovane sono stato un grande ascoltatore delle persone anziane. Non ero come adesso, ero timido, molto timido, parlavo poco, e a Foggia, come in ogni città di provincia, hai il vantaggio di conoscere tutti – il ricco, il povero, lo scappato di casa, il millantatore, il puttaniere – e io nei bar io li ascoltavo raccontare le loro storie. Poi, quando sono andato a Napoli per studiare Giurisprudenza all’Università, ho avuto la fortuna di vivere per un po’ in una pensione. Eravamo un centinaio, si mangiava tutti insieme in un grande salone, e per l’80 per cento si trattava di persone anziane. Io mi mettevo vicino a loro e mi facevo dire del passato. Poi, vabbé, ho perso la timidezza…».
Come? Quando?
«A Napoli, quando ho conosciuto Gerardo Gargiulo (attore feticcio di Arbore e appassionato di jazz, ndr) che è stato un amico del cuore e ha fatto pure pezzettini nei miei due film. Prima di incontrarlo non parlavo neanche col giornalaio, lui, invece, fermava le ragazze per strada. Mi sono detto: “Allora, si può”».
L’impresa più grande della sua carriera?
«Quella de L’Orchestra italiana. La risonanza dei miei programmi radio e tv ha fatto passare in secondo piano il fatto che per trent’anni siamo andati in tournée in giro per il pianeta a far conoscere la musica napoletana. Un caso credo unico al mondo nel senso che la formazione è stata sempre la stessa: 15 musicisti napoletani e un foggiano, il sottoscritto. Abbiamo fatto 1.640 concerti dal 1991 al 2021 quando è arrivato il Covid, suonando nei maggiori teatri dall’Olympia di Parigi alla Carnegie Hall a New York».
E le disavventure? Nel libro racconta di aver rischiato di «fare la fine di Enzo dieci anni prima». Era il 1973, il direttore di sala di un ristorante che aveva aperto a Roma con altri soci era scomparso e il pubblico ministero sospettava proprio lei. Tutto alla fine si è risolto, ma ci sono stati altri momenti in cui ha rischiato di finire nei guai?
«Un paio. Una volta mi ero rivolto a un medico per mio padre che si era ammalato di tumore senza sapere che procacciava iscritti alla P2. Se mi avesse detto: “Guardi, ne fanno già parte Maurizio Costanzo, Roberto Gervaso” e altri che conoscevo avrei potuto accettare senza rendermi conto di quello che stavo facendo. Meno male che non è successo».
Niente storie di droga come per Tortora?
«Be’, ero molto amico di Franco Califano, abitavamo nello stesso palazzo. Ma ignoravo che il Califfo “consumasse” (Ride)».
Lei, però, ha detto di non aver neppure mai provato una sostanza stupefacente. Per paura o cosa?
«Un po’ per quello, un po’ per l’educazione che mi era stata impartita. Io appartengo alla generazione di quelli che bevevano il whiskey. All’americana».
A proposito di America, quella di oggi che effetto le fa?
«Non la riconosco, non mi piace. Per capire il jazz devi studiare la storia americana, la letteratura. E quella era l’America del sogno che, poi, ho conosciuto anche dal vivo perché dopo Quelli della notte ho fatto un lungo viaggio negli Stati Uniti con amici e, a un certo punto, su consiglio di Mike Bongiorno, avevo anche comprato casa a Miami quando di italiani lì ce ne saranno stati una decina. Però spero che la mia America ci sia ancora, magari nascosta, accucciata da qualche parte».