Roba da non credere ma non è una notizia inventata (cioé una fake news delle “osterie digitali”) ma purtroppo una tragica verità: nella Calabria baciata dal sole ma non dalla fortuna, per una visita cardiologica ci vogliono tre anni. La testata online “lanovita.it” pubblica la risposta del Cup (Centro Unico PrenotazionI della Calabria) a un cittadino che nel settembre 2024 ha fatto richiesta di una visita cardiologica. La risposta è che potrà effettuarla nel febbraio 2027. Rispetto a una notizia del genere -a meno che non venga autorevolmente smentita- non ci sono giustificazioni e discorsi che tengano. Con buona pace di “lor signori” che hanno provocato il disastro sanitario e dilapidato risorse miliardarie rimaste impunite, c’è da prendere soltanto atto che il diritto alla salute non esiste più in Calabria e diventa una beffa sentir dire e leggere che è un diritto garantito dalla nostra Costituzione. Va da sé che la crisi, con incidenze diverse, investe il servizio sanitario nazionale alle varie latitudini ma l’attesa di tre anni per una supposta patologia cardiovascolare è un insulto che non si può accettare. Semplice buon senso vorrebbe che, in presenza di un intasamento esorbitante delle visite cardiologiche, l’ente responsabile delle liste di attesa fornisse una opzione. Se la visita cioé non è possibile in tempi compatibili con la patologia supposta, dovrebbe essere possibile fare la visita altrove cioé Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio ma non si può dire al cittadino che ne fa richiesta che deve aspettare tre anni. Evidentemente non si tratta della solita cialtroneria burocratica alla quale siamo rassegnati ma di una situazione critica (le liste di attesa) alla quale non si trova rimedio.

Ciò che offende in uno Stato di diritto è il cinismo amministrativo col quale viene trattato il diritto alla salute che sarebbe garantito dalla Costituzione. E se poi questo diritto esiste, non si spiega perché la magistratura non lo tuteli, andando a verificare come si gestiscono le liste di attesa e come si affrontano le criticità. Detto questo rimane l’interrogativo su chi e con quali responsabilità ha prodotto il disastro sanitario, utilizzando le risorse disponibili e creando una voragine debitoria di oltre due miliardi, la cui destinazione rimane oscura e misteriosa. Siamo da quindici anni circa in gestione commissariale per la sanità ma a tutt’oggi non è stato individuato un solo responsabile né per i bilanci fasulli né per le doppie e triple fatturazioni né per gli arricchimenti illeciti che, a detta di chi il disastro lo ha denunciato, si sono protratti per venticinque anni. Né risulta, con la necessaria trasparenza, come si articola il costo annuale di trecentoecinque milioni che la Regione Calabria paga agli ospedali del centro nord rendendo così attivi i loro bilanci. Giuseppe Smorto, che è stato commissario all’ASP di Reggio e ha denunciato i bilanci fasulli ottenendo per rappresaglia la revoca dell’incarico parla di venticinque anni di malagestione sanitaria e di venticinque anni di ruberie rimaste impunite. E che siano rimaste impunite lo fa capire il procuratore Nicola Gratteri quando afferma che il servizio sanitario calabrese non lo può risanare chi lo ha gestito e provocato. Perché l’assurdo è proprio questo: tutti sono rimasti al loro posto a continuare, per cialtroneria o incapacità, a fare danno. In tempi di referendun sulla giustizia e sul ruolo della magistratura una domanda come la magistratura tuteli il diritto alla salute dei cittadini sarebbe legittima ma non risulta -e vorremmo tanto sbagliare- che al riguardo siano stati aperti fascicolo significativi. Tutto si tiene nella Calabria saudita e i colletti bianchi variamente distribuiti nei gangli del potere e delle istituzioni non vengono chiamati a rispondere del loro operato. Teniamoci, dunque, gli ospedali senza medici e senza infermieri con i pronto soccorso al collasso, con le ambulanze che non arrivano o arrivano tardi senza il medico a bordo, teniamoci gli “ospedali di comunità” che mancano, le “case di comunità” che mancano, i medici di famiglia che non vengono rimpiazzati e siamo grati a quei medici cubani che, dove operano garantiscono dignità alle prestazioni e incrociamo le dita sul futuro che ci aspetta. A fronte di tutto ciò c’è pure chi, a fronte di un futuribile polo clinico universitario (AOU), con ottocentocinquanta posti letto e primari docenti universitari, si lascia andare a contestazioni campanilistiche perché Cosenza non avrebbe più, nominalmente, il “suo” ospedale. Lo avrebbe, si fa per dire, a dieci minuti di autostrada nel campus universitario.