La cena in terrazza, i tifosi, le mail quel complotto alla vaccinara

COME AVEVA LAPIDARIAMENTE RISPOSTO IL QUIRINALE, IL PRESUNTO COMPLOTTO DEI “CONSIGLIERI” (AL PLURALE) CONTRO LA MELONI E LE SUE AMBIZIONI QUIRINALIZIE, SFIDA IL RIDICOLO NON SOLO PER LA FANTASIOSA COSTRUZIONE DELLO SCOOP GIORNALISTICO MA PER I PARTICOLARI CHE SI VANNO RIVELANDO SULLA CENA “ROMANISTA” IN CUI È RIMASTO COINVOLTO IL CONSIGLIERE DEL QUIRINALE. LA CONGIURA A BASE DI MOZZARELLE E PESCE SPADA (QUESTO IL MENÙ) SAREBBE STATA RIVELATA IN UN NOTISSIMO RISTORANTE DA UNO SPROVVEDUTO CONSIGLIERE DEL CAPO DELLO STATO FRA UNA RISATA E L’ALTRA. IMPERDIBILE IL COMMENTO, CHE PROPONIAMO DI SEGUITO, DI FILIPPO CECCARELLI, SU REPUBBLICA, DOVE LA CONGIURA CONTRO LA MELONI VIENE IMPAREGGIABILMENTE DEFINITA, NELLA ROMA DELLE IDI DI MARZO, “COMPLOTTO ALLA VACCINARA”.

(di Filippo Ceccarelli per La Repubblica – estratti)

Il piano “per fermare Meloni” nasce in realtà nell’atmosfera romana e romanista, trasformata ad arte in trama segreta

Interrogativo al tempo stesso realistico e maliziosetto: e se fosse, come già un po’ sembra, il più tipico complotto alla vaccinara? E quindi debitamente spropositato e perdutamente grossolano, per non dire campato in aria e dunque all’insegna della cialtroneria. Al terzo giorno, almeno qui nell’Urbe, viene da chiedersi come sia stato possibile prefigurare e ancor più mettere in scena con il soccorso di trombe e tamburi uno scontro al vertice delle istituzioni basandosi su una email firmata: Mario Rossi. E piano piano, soffermandosi su spizzichi di cronaca e bocconcini di ricostruzione, rendersi conto che dopo tutto il tremendo «piano del Quirinale per fermare Meloni» si sostanziava, o meglio si sarebbe dovuto dedurre dalle rivelazioni, ovviamente selettive, di un signore il cui volto e cognome
erano del tutto sconosciuti alla popolazione, eppure tali da finire sulla prima pagina di un quotidiano che si chiama, tanto per tenersi bassi, La Verità.

(…)
Che la verità del complottone di Mattarella ai danni del governo Meloni possa poi trovare origine, sede e conferma in una cena di tifosi romanisti, anzi per la precisione in una cena di tifosi romanisti devoti al ricordo del “Capitano” giallorosso Agostino Di Bartolomei, ecco,
è un altro sforzo che qui nella Città Eterna sembra andare contro ogni pur volonterosa immaginazione, giallorossa o laziale che sia. Se poi, al di là dei colori sociali, il terribile disegno del Quirinale contro la destra è addirittura proiettato in un futuro che supera le due settimane, beh, spiace fare il Pierino romanesco, ma l’espressione anche bonaria con cui normalmente si accolgono tali pretese di verità anticipata comporta di volgere gli occhi al cielo e quindi rispondere: «Beato chi ci ha un occhio» – il punto esclamativo dell’incredulità
risultando del tutto superfluo. Ben più significativo, ma non nel senso del tonante comunicato del capogruppo bolognese di Fratelli d’Italia Bignami, che forse lo sapeva, forse no, è invece il luogo in cui questo Piano sarebbe stato divulgato secondo la vulgata di Mario Rossi, poi tradotta pari pari su La Verità del bergamasco Belpietro per l’opera di un giornalista, a nome Ignazio Mangrano, che però non esiste. Questo luogo, molto bello, è la Terrazza Borromini, sopra Piazza Navona, là dove Roma non potrebbe essere più Roma.
In realtà, per qualche mefitica trama ci sarebbe anche la Terrazza Caffarelli, arrampicata sul Campidoglio, ma la sera è chiusa e di giorno arrivano i gabbiani che, come spiegato anni orsono da appositi avvisi, tolgono di mano il cibo agli avventori – anche questo è
molto romano. E di nuovo: Roma minimizza per natura e istinto, tutto è relativo e ogni cosa si incrocia, magari proprio per questo “tutto si aggiusta”, come diceva la zia di Andreotti, Mariannina. Per cui non si pretende dagli strateghi meloniani, alcuni già appartenenti alla tribù dei “Gabbiani”, la conoscenza approfondita degli epigrammi di Marziale, delle satire di Giovenale, dei pettegolezzi di Svetonio o dei lampi di Tacito il quale, rispetto alle congiure, già allora descriveva un popolo che, come quello di oggi, “vagabondava fra le dicerie” (rumoribus inerrabat).
D’altra parte, a proposito di pranzi, cene e commensali: “Romae nihil tacebitur”, a Roma nulla può essere taciuto, si sente dire alla tavola di Trimalcione nel Satyricon, per cui nessuno mai qui sa tenersi “un cecio in bocca”, come dire che tutti fanno comunella e
chiacchierano a gran voce dentro il Grande Orecchio capitolino, una specie di Echelon de noiantri, alimentando un perenne gossip di massa.
Per cui, se l’antichità classica può risultare inavvicinabile e la grande commedia all’italiana di Albertone è ormai fuori dalla portata anagrafica, chi governa e a maggior ragione chi denuncia i complotti avrebbe il dovere, quello sì, di conoscere o almeno riconoscere le atmosfere di Verdone e dei Vanzina.
Che qui di solito è già tutto successo e dietro le cose più losche è subito pronta a levarsi l’ombra dello sghignazzo.