SI “CHIUDE” IL CASO CON DICHIARAZIONI FORMALI E RITUALI…

SI “CHIUDE” IL CASO CON DICHIARAZIONI FORMALI E RITUALI MA IL CONFLITTO APERTO COL QUIRINALE DAL CAPOGRUPPO DI FDI, VICINISSIMO ALLA MELONI, LASCIA SENZA RISPOSTA NON POCHI INTERROGATIVI, A COMINCIARE DAL PERSONAGGIO CHE HA “SPIATO” E REGISTRATO IL CONSIGLIERE DI MATTARELLA. IL NOME DEL GIORNALISTA CHE HA FIRMATO LO SCOOP È FASULLO E LA PAROLA “SCOSSONE” SEMBRA DIRETTA PIU’ AL PD E ALLA SCHLEIN CHE ALLA MELONI E AL SUO GOVERNO. UN CONFLITTO GOVERNO-QUIRINALE ALL’ INDOMANI DEL CONSIGLIO SUPREMO DI DIFESA POTREBBE AVERE AVUTO ANCHE UNA REGIA ESTERNA CHE HA TROVATO LA COMPIACENZA DEL DIRETTORE DE “LA VERITÀ”, TENUTO CONTO CHE GLI ALTRI GIORNALI NON HANNO PRESO IN CONSIDERAZIONE LA SPIATA A UNA CENA PRIVATA FRA VECCHI AMICI CHE SI RITROVANO. TUTTO È POSSIBILE MENO CHE MATTARELLA E I SUOI CONSIGLIERI TRAMINO PER SBARRARE LA STRADA DEL QUIRINALE ALLA MELONI. A RIFLETTERE BENE SULLE PAROLE PRONUNCIATE DAL CONSIGLIERE GAROFANI E’ PIÙ’ IL PD CON LA SCHLEIN A DOVERNE TENERE CONTO CHE FDI CON LA MELONI. ECCO PERCHÉ L’ATTACCO AL QUIRINALE È STATO “COSTRUITO” AD ARTE PER POI FARE MARCIA INDIETRO.

(Alessandro De Angelis per la Stampa – Estratti)

La traccia di quel che accadrà, di qui in avanti, è scritta nelle modalità con cui Giorgia Meloni ha gestito l’incontro al Colle. L’opposto di un’andata a Canossa. Secondo la grammatica istituzionale, sarebbero bastate quattro parole: “Caso chiuso, piena fiducia”. Invece, accolta per mettere un punto, da un lato finge di smussare, dall’altro rilancia, trasformando l’occasione nell’ennesimo capitolo di un racconto. È la classica modalità proiettata tutta sul “fuori”, lungo l’asse tra il capo e il popolo ove l’elemento istituzionale è rappresentato come un ostacolo: al Palazzo si concede una frase conciliante, alla piazza si dà il titolo. Si fa finta di dire “non era nostra intenzione lo scontro”, però il messaggio reale è: vedete come gliele abbiamo cantate. Per l’opinione pubblica resta che hai tirato una palata di fango sul Quirinale, il luogo delle presunte trame contro la volontà popolare. Ed è quel che conta. Spiegare tutto questo putiferio solo con le regionali, il cui esito è scontato, è fuorviante. Al fondo, c’entra la natura. Quella dell’underdog, che evoca complotti perché cresciuta nel mito del “noi pochi contro il mondo”, e dunque difende sempre il vincolo clanico. Realismo avrebbe suggerito, al di là di torti e ragioni, di non aprire un fronte con chi, peraltro, si è mostrato tutto fuorché ostile al governo, dalla Flotilla all’Ucraina. Ma il realismo attiene al governo, qui c’è dell’altro. In prospettiva c’è la partita vera in cui Giorgia Meloni è già pienamente immersa. Il suo assalto al cielo, vissuto come la rivincita storica di un mondo: referendum sulla giustizia – Nordio che loda Licio Gelli è piuttosto definitorio dello spirito che anima la pugna -, elezioni politiche, Quirinale, la casamatta che il centrodestra non è mai riuscito a conquistare. Se fa filotto potrà dire che, all’età di 52 anni, ha fatto la Storia. È un disegno teso a riscrivere il potere in Italia, i cui prodromi si intravedono nel modo in cui tutti gli house organ raccontano nella quotidianità Mattarella. Un tagliatore di nastri, mentre il racconto “presidenziale” è tutto tarato su palazzo Chigi. La posta in gioco è tutt’uno con la modalità trumpiana di gestione della partita: la mobilitazione al posto del governo e lo storytelling al posto della realtà, nel discredito di tutto ciò che è fonte ufficiale. Se parli con questo o quell’esponente del governo capisci che, per i prossimi mesi, una vera agenda di lavoro non c’è, in un clima da assuefazione al galleggiamento: al posto del piano casa c’è il condono; al posto della crescita c’è l’autocelebrazione dei conti in ordine; al posto della politica industriale c’è l’Ilva che chiude, al posto della sicurezza ci sono i reati che aumentano. Il programma di governo dei prossimi mesi è solo: referendum sulla giustizia, premierato, legge elettorale. Giorgia Meloni sa che, a parti invertite, avrebbe scatenato l’inferno dopo il caso di un ragazzo della Bocconi accoltellato a corso Como per 50 euro. E che, a parti invertite, sarebbe stato un problema giustificare un Natale in cui le tredicesime servono a pagare le bollette, dopo l’estate degli ombrelloni a cento euro. Il tema la preoccupa eccome. L’unico modo per reggere un anno e mezzo così è seguire la natura: sostituire il rendiconto del proprio operato, su tasse e sicurezza, con la mobilitazione “contro”, “l’abbiamo fatto” con il “non ci hanno lasciato fare”. È un copione che tocca nel centrodestra corde profonde. (…) Il punto non è tanto il diversivo comunicativo inteso come parlar d’altro. L’agenda del plebiscito è comunicativa in quanto politica, auto-alimenta il racconto tappa dopo tappa. La giustizia prepara il premierato, che secondo le intenzioni dovrebbe terminare a maggio la prima lettura, per andare in seconda settembre. Il premierato prepara la forzatura sulla legge elettorale che prepara le politiche, che, a loro volta, preparano il Great Game quirinalizio. Vedete, la volta scorsa c’era solo la sinistra da battere. Qui c’è da fare la Storia. Insomma, è irrilevante che siamo governo, siamo ancora opposizione del Sistema che ambisce a cambiarlo. Avete capito perché Mattarella è stato così maltrattato? Era il trailer del film che verrà.