(di Daniele Coen – fonte Domani)
IL FUTURO DELLA SANITÀ
Tra intelligenza artificiale e robot
Cosa faranno i medici fra vent’anni
Un paio di settimane fa, un collega della Svizzera italiana mi diceva di aver partecipato a una riunione del Dipartimento di sanità dove ci si chiedeva come sarebbe stata la medicina nel 2050 e cosa si sarebbe dovuto fare per giungere preparati all’appuntamento. Non credo che al nostro ministero della Salute si sia mai tenuta una riunione di questo genere. Troppo presi a tappare buchi e fare
equilibrismi di bilancio. Eppure si dovrebbe, perché la tecnologia
medica sta avanzando con una velocità mai conosciuta in passato, e
potremmo presto trovarci di fronte a scenari che nessuno oggi si
prepara a gestire. Faccio qualche esempio per chiarire
di cosa stiamo parlando. Già da molti anni, gli elettrocardiografi,
oltre a produrre la traccia cartacea che siamo abituati a conoscere, ne
danno anche l’interpretazione. Li “leggono”, come si usa dire, senza
temere il confronto con i cardiologi più esperti. La stessa cosa
sta succedendo per quanto riguarda la capacità dell’intelligenza
artificiale di leggere radiografie, Tac e risonanze magnetiche.
Parallelamente, anche la robotica sta facendo passi da gigante. In alcuni
ospedali italiani sono comparsi i primi robot per i prelievi di sangue, e
la chirurgia robotica, già molto diffusa, ma fino a oggi guidata dalle
mani di un medico che opera da una console, ha a sua volta intrapreso la
strada verso l’autonomia. È di questa estate la notizia che un robot ha
asportato la colecisti da maiali senza vita. Ci vorrà del tempo prima che ai
robot vengano delegati gli interventi sugli umani, ma è certo che la strada
è stata aperta.
Infine, l’intelligenza artificiale si è dimostrata capace di interfacciarsi
direttamente con i pazienti, interrogarli, proporre gli esami
necessari e alla fine suggerire la diagnosi più probabile. La distanza
dalle capacità dei migliori medici è sempre più piccola, e alcuni studi
suggeriscono perfino che l’Ia sappia dimostrarsi più empatica degli
umani. Per riassumere, il (prossimo) futuro si prospetta come un tempo in cui la
combinazione tra l’Ia e la robotica sarà in grado di svolgere una gran
parte dei compiti che oggi spettano ai medici, con vantaggi che sono
ovvi ma che meritano di essere elencati: instancabilità e
disponibilità a ogni ora del giorno e della notte, fonte di informazioni
più ampia su cui basarsi, assenza di condizionamenti esterni come
deficit di sonno, burn-out, liti con la fidanzata o consumo di sostanze. In
più, niente ferie, rivendicazioni sindacali e assenze per malattia o gravidanza.
Non mancano ovviamente i problemi, e c’è ancora molto da lavorare per quanto riguarda l’affidabilità delle indicazioni che soprattutto la loro capacità di
modificare positivamente il percorso clinico dei pazienti. Ce n’è
comunque abbastanza perché cominciamo a prepararci al
cambiamento, che sarà graduale, ma più veloce di quanto molti
potrebbero immaginare. Un nuovo ruolo per i medici
Tra le cose su cui riflettere è centrale il ruolo dei medici e, di conseguenza,
il loro percorso formativo. Possiamo già affermare che la rilevanza del
medico nel fare una diagnosi si ridurrà drasticamente. Il medico
non dovrà più passare lunghe ore tra libri e tirocini pratici per
imparare a leggere un Ecg, analizzare una Tac, interpretare
complessi esami di laboratorio, perché tutto questo sarà fatto
velocemente e con precisione dall’Ia. Lo stesso vale per le decisioni
terapeutiche, considerato che l’Ia sarà in grado di tenere presenti
meglio di un medico tutte le possibili controindicazioni e interazioni di un
farmaco, consigliando con precisione dosi e posologia per ogni paziente. Per tornare alla chirurgia, qualcuno ha immaginato sale operatorie interamente gestite da robot, con un solo chirurgo pronto a intervenire quando si debbano prendere
decisioni difficili o affrontare un malfunzionamento delle apparecchiature.
Di sicuro, nei primi anni ci saranno ancora eccellenti chirurghi con migliaia di ore trascorse in sala operatoria e le capacità necessarie per prendere il comando nel
momento del bisogno, ma cosa succederà quando questa generazione sarà scomparsa e sarà stata sostituita da medici “nativi robotici” che non hanno mai avuto un bisturi tra le mani? Interazioni e responsabilità Proprio nell’interazione tra l’uomo e i suoi supporti elettronici e robotici si annidano molti problemi irrisolti.
Per quanto riguarda l’Ia, rischia di ripetersi quello che gli smartphone stanno già facendo a tutti noi: nessuno si ricorda più un numero di telefono a memoria, né si sforza di ricordare un percorso da seguire in auto, tanto c’è il Gps. Non è un caso
che, sulle riviste di settore, comincino a comparire studi che indagano se e quanto l’intelligenza artificiale stia erodendo le capacità cognitive dei medici.
C’è poi un altro aspetto, non meno rilevante: quello della responsabilità morale e legale delle decisioni prese dall’Ia o, per converso, in contrasto con i suggerimenti dell’Ia. Come comportarsi quando l’Ia consiglierà di fare cose diverse da quelle
previste dalle linee guida correnti? Quanti saranno i medici disposti a opporsi ai suggerimenti dei loro collaboratori elettronici? E a chi daranno più fiducia i pazienti? Chi finirà in giudizio, il medico o il programmatore, sempre che sia identificabile?
Probabilmente, i migliori risultati si otterranno con un’oculata ed equilibrata attribuzione dei compiti, ma ogni opzione dovrà essere valutata con attenzione e verificata sperimentalmente prima di fare scelte operative. La formazione dei futuri medici Certo, ai medici resterà ancora a lungo il compito della relazione umana con i pazienti e la mediazione, anche dal punto di vista etico, del loro rapporto con le nuove tecnologie: fino a dove è lecito spingersi? È davvero necessario un intervento chirurgico? È meglio andare in ospedale o preferire le cure domiciliari? Come affrontare le situazioni senza speranza? Purtroppo, proprio a questi compiti l’insegnamento universitario è abbastanza indifferente. Sono cose che spesso si apprendono nella pratica, a patto di trovare dei bravi maestri, mentre dovrebbero avere spazio e attenzione durante tutto il periodo di formazione dei medici. Altre competenze dovrebbero essere insegnate di più ai giovani che decidono di intraprendere una carriera dai contorni futuri molto incerti. Più statistica, più
competenze informatiche, più analisi decisionale, più capacità di leggere criticamente le informazioni, tanto che vengano dalla letteratura scientifica, dalla
rete o dalle possibili “allucinazioni” dell’Ia. In ogni caso, quella della formazione
sarà una gara a tappe, durante la quale bisognerà aggiornare le strategie di pari passo con gli avanzamenti della tecnologia. Se vogliamo vincerla, sarà però
necessario partire il più presto possibile. Anche il ruolo sociale dei medici
potrebbe subire importanti cambiamenti nei prossimi decenni.
Forse ne saranno necessari di meno. Forse, i settori nei quali il loro ruolo
resterà centrale più a lungo saranno quelli dai quali oggi molti rifuggono, come i pronto soccorso e la medicina generale. Forse, l’assistenza e l’accudimento dei
pazienti si riveleranno, ancora più di quanto già siano, le competenze
“umane” di cui si sente maggior bisogno, e gli infermieri verranno pagati più di loro.
In Italia, tutto questo capiterà in un periodo in cui il forte aumento delle
iscrizioni a Medicina sta mettendo in difficoltà le università e rendendo
precari i percorsi di tirocinio sul campo dei futuri professionisti.
Questo non faciliterà il compito di chi dovrà adeguare i percorsi formativi alla tumultuosa evoluzione tecnologica in atto, sforzandosi allo stesso tempo di non
perdere di vista le priorità assistenziali e i concreti bisogni di salute dei cittadini. Un compito difficile, complesso e faticoso, ma inevitabile.