La notizia apparentemente è di routine ma “dentro” la notizia c’è qualcosa che non torna e qualcuno, in un paese normale, dovrebbe fornire i necessari chiarimenti. La notizia è che il presidente Occhiuto sta per firmare un accordo con il presidente De Pascale, della regione Emilia-Romagna, per mettere un argine alla migrazione sanitaria -detta anche mobilità passiva- dalla Calabria verso l’Emilia-Romagna. Poi toccherà a Lazio e Lombardia. Ma come nasce il problema? L’accordo si poteva fare da anni perché previsto dalla legge. Il fatto nuovo è l’allarme lanciato dal presidente De Pascale che prefigura il blocco degli arrivi di cittadini del Sud che vanno a curarsi nelle strutture dell’Emilia-Romagna. L’allarme è dovuto al fatto che i flussi di migrazione sanitaria che arrivano nell’Emilia-Romagna hanno “intasato” il sistema al punto che il servizio sanitario regionale, nel suo complesso, non è più in grado di garantire ai propri cittadini le cure di cui necessitano. Il presidente De Pascale arriva a proporre, come possibile soluzione, di “inviare specialisti” in quelle realtà che maggiormente concorrono al flusso migratorio. Una ipotesi che fotografa il disastro sanitario più di tutti i tavoli interministeriali che si riuniscono periodicamente per fare il punto sulle gestioni commissariali. La Calabria, evidentemente, contribuisce all’intasamento in misura prevalente. Da qui la necessità, per ragioni diverse ma convergenti, di trovare un argine stilando un accordo sottoscritto dai due presidenti. L’accordo è finalizzato a contenere soprattutto gli arrivi nelle strutture private accreditate, cioè l’altra gamba sulla quale cammina il servizio sanitario nazionale. Il problema per De Pascale è risolvere l’intasamento, per Occhiuto mettere sotto controllo quelle prestazioni che possono ottenersi in Calabria e che non presentano particolari perplessità. Un accordo, quindi, quantomai necessitato ma che si presenta tardivo e che non doveva aspettare l’intasamento del “sistema” sanitario emiliano-romagnolo. Ma non è tutto perché, se si va ad analizzare il flusso verso le strutture private accreditate, viene fuori che alla base c’è un meccanismo ben congegnato che significativamente viene chiamato “pesca”. Il medico specialista, cioè, che opera in una struttura accreditata del centro nord si crea un collegamento con una struttura del Sud e, in determinati giorni prestabiliti, visita i pazienti in agenda e, per le prestazioni successive, propone di effettuarle nella struttura in cui opera al Nord. Una sorta di “esca” predisposta per “pescare” pazienti da portare al Nord. Tutto normale? Tutto regolare? Può darsi ma spiega l’intasamento denunciato dal presidente De Pascale. Nel meccanismo ovviamente giocano e si realizzano interessi milionari. Da qui l’intuizione del presidente Occhiuto di stilare un accordo per limitare le prestazioni che possono essere erogate in Calabria mentre non vengono posti limiti per quelle patologie complesse per le quali in Calabria si incontrano criticità. In pratica, per le cure che si possono fare in Calabria, verrà negata la facoltà di curarsi fuori regione se non a proprie spese. Può darsi che giuridicamente insorga qualche problema ma l’obiettivo prefissato è curarsi in Calabria quando questo è possibile. Ma non è tutto, perché nella spesa dei 305 milioni ci sono incongruenze che autorizzano sospetti fondati. De Pascale non lo dice ma, fra le ragioni che lo inducono a bloccare gli arrivi dal Sud, c’è anche il tardivo pagamento, da parte delle regioni, delle prestazioni erogate. La Calabria, al riguardo, è molto compromessa. I ritardi sarebbero contabilmente incompatibili con i bilanci delle regioni creditrici. Al riguardo, però, c’è da dire che una qualche giustificazione esiste perché, durante la presidenza di Mario Oliverio, da controlli effettuati, è venuto fuori che alle casse regionali calabresi venivano addebitate prestazioni sanitarie effettuate per cittadini NON calabresi e, quindi, da non contabilizzare alla mobilità passiva (migrazione) della Calabria. Non si trattava di poche centinaia di migliaia di euro ma di milioni. Non risulta che il fenomeno sia stato adeguatamente inquadrato e risolto per cui è da ritenersi che nell’accordo il presidente Occhiuto ponga il problema. Resta l’interrogativo come possano accadere manipolazioni contabili del genere che, nel gergo burocratico , vengono definite “scelte opportunistiche”. Il cittadino comune fa invece un ragionamento semplicissimo. Se c’è un giro milionario di prestazioni erogate a cittadini NON calabresi ma addebitate alla regione Calabria, vuol dire che qualcuno compila gli addebiti al Nord e qualcuno ne autorizza il pagamento al Sud. Se così dovessero stare le cose, l’accordo che Occhiuto si appresta a firmare, sotto questo profilo, non induce all’ottimismo. La Calabria è la regione con la sanità sotto commissariamento da 15 anni per il disastro e la massa debitoria in cui è stata precipitata. A tutt’oggi i responsabili non sono stati individuati. Forse perché nessuno ha interesse a cercarli.