(di Mimmo Famularo – fonte CALABRIA7 NEWS)
SE LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE REGIONALI FOSSE UNA COSA SERIA, CON CANDIDATI CREDIBILI E AFFIDABILI, IL PROBLEMA DELLE ASSUNZIONI ADDOMESTICATE E SPECULARMENTE LA “FUGA” DEI NOSTRI LAUREATI FUORI REGIONE IN CERCA DI UN LAVORO E DI UN FUTURO, SAREBBE IN PRIMO PIANO DOPO LA SANITÀ. IL 42 PER CENTO DEI NOSTRI LAUREATI EMIGRA, COME I LORO NONNI, CHE NON VOLEVANO CHIEDERE LAVORO CON “II CAPPELLO IN MANO”. NEGLI “ORDINI DEL GIORNO” DELLE SEDUTE DEL CONSIGLIO REGIONALE NON COMPARE MAI “IL LAVORO CHE NON C’È” E I GIOVANI COSTRETTI A EMIGRARE. MENO CHE MAI NELLE INTERROGAZIONI DEI NOSTRI PARLAMENTARI. PERCHE’ IL LAVORO E’ MERCE DI SCAMBIO ELETTORALE E LA POLITICA HA INTERESSE A SODDISFARE LE FAMELICHE CLIENTELE DI OGNI APPARTENENZA. SE LA BASSA QUALITA’ DELLA BUROCRAZIA, PER COME VIENE SELEZIONATA, SI ASSOCIA ALLA QUALITA’ DELLA NOSTRA RAPPRESENTANZA POLITICA, SI COMPRENDE PERCHE’ LA CALABRIA NON HA FUTURO. E, INVECE, PROPRIO DALLE UNIVERSITA’ CALABRESI DOVREBBE PARTIRE UNA ONDATA DI PROTESTA E DI MORALIZZAZIONE DELLA VITA PUBBLICA DA TRAVOLGERE POLITICAMENTE UN NOTABILATO CULTURALMENTE E MORALMENTE PEZZENTE CHE È ALLA BASE DI TUTTI I PROBLEMI IRRISOLTI.
In Calabria il tema dei concorsi pubblici è diventato uno dei terreni più scivolosi sul piano della trasparenza amministrativa. Piattaforme come Asmel e Formez, nate per garantire procedure snelle e selezioni imparziali, rappresentano un primo baluardo contro il vecchio sistema delle raccomandazioni. Nella fase iniziale, infatti, i test preselettivi e scritti sono informatizzati, con correzione automatica e pubblicazione immediata delle graduatorie: qui la meritocrazia resiste, e i “figli di nessuno” possono ancora sperare di competere ad armi pari. Ma è dopo questa fase che il meccanismo si inceppa: quando le graduatorie vengono trasmesse agli enti locali, la trasparenza si riduce drasticamente e si apre lo spazio alle interferenze della politica.
Il buco nero dell’orale
La fase orale diventa la leva con cui sindaci, assessori e dirigenti possono “aggiustare” i risultati. La discrezionalità della commissione consente di attribuire punteggi soggettivi, senza parametri rigidi e senza reali possibilità di verifica esterna. In questo modo chi deve “rientrare” rientra, e chi non ha padrini difficilmente ce la fa. L’ente riceve la graduatoria, ma poi attraverso l’orale o attraverso la scelta dei profili da assumere può privilegiare fedeltà politica e consenso elettorale a scapito della competenza. Questo passaggio è decisivo: è qui che il sistema pensato per garantire la legalità si svuota e torna nelle mani della Burocrazie piegate al consenso Il risultato è che Comuni, Province ed enti pubblici calabresi finiscono per assumere persone spesso inadeguate, scelte più per la loro vicinanza politica che per il loro curriculum. Non è raro trovare dipendenti senza laurea o con titoli non attinenti piazzati in uffici chiave, dove vengono gestite gare d’appalto, fondi comunitari e servizi essenziali. Questa mediocrazia diffusa produce un effetto a catena: uffici inefficienti, scarsa qualità dei servizi pubblici, lentezze burocratiche che scoraggiano imprese e cittadini. Una spirale che alimenta la sfiducia e consolida l’idea che in Calabria non contino i meriti, ma solo i rapporti.
I cervelli che partono, i raccomandati che restano
Il paradosso è drammatico: mentre le università calabresi – dall’Unical alla Magna Graecia fino all’Università Mediterranea – formano ogni anno centinaia di giovani brillanti, preparati e competitivi a livello internazionale, questi ragazzi raramente trovano sbocchi nella pubblica amministrazione regionale e locale. Chi non ha “santi in paradiso” deve scegliere tra due strade: precarietà infinita o valigia in mano per emigrare altrove. E così si assiste a un’emorragia costante di talenti, mentre a gestire i servizi pubblici rimangono spesso figure selezionate per la loro appartenenza politica. Non di rado, quando l’assunzione diretta non riesce, il sistema ripiega sulle consulenze esterne, con incarichi professionali dal valore di migliaia di euro, che diventano strumenti alternativi di fidelizzazione.
Una zavorra per la Calabria
Le conseguenze sul tessuto sociale ed economico della regione sono evidenti: il settore pubblico, che dovrebbe essere motore di sviluppo, diventa invece un freno. La politica locale utilizza i concorsi come strumento di consenso viziato, sacrificando la qualità amministrativa sull’altare del controllo del voto. Il danno non è solo per i singoli esclusi, ma per l’intera collettività: uffici pieni di personale non qualificato non sono in grado di programmare, attrarre fondi europei, garantire trasparenza nelle gare. È un sistema che non solo penalizza la meritocrazia, ma che mina alla base la credibilità delle istituzioni.